martedì, 10 Febbraio, 2026

Flambé, territorio e futuro: una giornata da giurato all’Alberghiero di Formia

Ci sono giornate che nascono come semplici impegni professionali e finiscono per trasformarsi in autentiche lezioni di valore umano e culturale. È con questo spirito che ho accolto l’invito dell’associazione AMIRA – Associazione Maître Italiani Ristoranti e Alberghi a partecipare, in qualità di giurato, alla seconda edizione della “Flambè Competition”, ospitata dall’Istituto Alberghiero di Formia (Lt).

Un’occasione preziosa che ha confermato, ancora una volta, quanto il dialogo tra scuola e mondo della ristorazione sia oggi non solo utile, ma necessario.

A guidare l’iniziativa è stato Enzo D’Adamo, fiduciario e Gran Maestro di Ristorazione della sezione AMIRA Formia–Lazio: un professionista elegante nei modi e profondo nei contenuti, che nel corso della sua carriera ha saputo rappresentare con coerenza e credibilità la figura del manager della ristorazione. Un uomo che ha viaggiato molto, senza mai perdere il legame con le proprie radici, e che oggi mette la sua esperienza al servizio delle nuove generazioni. Al suo fianco, il vice fiduciario Gran Maestro Guido Matano, il tesoriere professor Antonio Camillo e il segretario professor Vincenzo Caruso, a testimonianza di un gruppo coeso e fortemente impegnato nella formazione.

Il tema della competizione ha riportato al centro una tecnica che molti considerano superata, ma che conserva invece intatto il suo valore formativo e simbolico: il flambé. Una pratica solo apparentemente spettacolare, che richiede in realtà rigore, conoscenza, precisione e il rispetto di un protocollo ben definito. Un perfetto esempio di come tradizione e professionalità possano ancora dialogare con la ristorazione contemporanea.

La cornice dell’evento – la sala ristorante “Bruno Aruffo” – è stata curata nei minimi dettagli grazie all’impegno della dirigente scolastica Monica Piantadosi, dei docenti e di tutto il personale, quest’ultimo coordinato dalla magistrale direzione del professor Antonio Camillo.

La giuria, presieduta da D’Adamo, ha visto la partecipazione del presidente FIC di Caserta, lo chef Vincenzo Castricato; di Enzo Maiello, professionista illuminato e storico direttore d’albergo, profondo conoscitore del mondo dell’ospitalità; del delegato AIS di Latina Umberto Trombelli, miglior sommelier del Lazio 2024; oltre al sottoscritto.

Prima dell’avvio della gara, la dirigente ha annunciato un importante traguardo per l’istituto: un recente finanziamento consentirà la realizzazione di una enoteca didattica, strumento fondamentale per permettere agli studenti di approfondire in modo concreto e consapevole la cultura del vino. Un segnale chiaro di come la formazione alberghiera moderna debba essere sempre più integrata, trasversale e multidisciplinare.

Durante la competizione, le coppie di studenti si sono alternate nella preparazione di flambé a base di frutta, aromi dolci e amari, accompagnati da abbinamenti enologici scelti e motivati direttamente dai ragazzi. Ogni prova ha raccontato un percorso personale, un’idea di servizio, una visione della sala come luogo di relazione, racconto e accoglienza.

Con il procedere della gara, il confronto si è naturalmente ampliato oltre l’aspetto tecnico. Come giurati abbiamo sentito il dovere di condividere riflessioni più ampie sui valori del lavoro, sul rispetto dei ruoli e sull’importanza dell’etica professionale. Perché la ristorazione non è soltanto esecuzione, ma cultura, comportamento e responsabilità.

Nel mio intervento ho voluto soffermarmi su due concetti centrali per chi oggi si affaccia a questo mondo: territorialità e comunicazione.

La territorialità non va intesa come chiusura o campanilismo, ma come consapevolezza del patrimonio straordinario che l’Italia possiede. Territori, prodotti, tradizioni e identità che spesso faticano a essere messi a sistema, ma che rappresentano una risorsa imprescindibile per rafforzare il concetto di cucina italiana, oggi più che mai sotto i riflettori a livello internazionale.

Accanto a questo, la comunicazione. Un elemento diventato centrale tanto in cucina quanto in sala. Comunicare significa raccontare le proprie scelte prima ancora delle proprie azioni, dare valore al percorso, costruire uno storytelling autentico del proprio lavoro. Raccontare non è solo promuovere: è creare memoria, diffondere conoscenza, generare cultura.

Al termine della competizione, la giuria si è mostrata compatta nelle valutazioni. Come in ogni concorso non sono mancati momenti di inevitabile delusione, ma il messaggio finale del presidente Enzo D’Adamo ha racchiuso perfettamente il senso della giornata:

«Siete tutti vincitori, perché essere arrivati fin qui significa aver creduto davvero in questo percorso».

Scatti ufficiali, strette di mano e momenti di confronto hanno accompagnato la chiusura di un evento articolato, capace di offrire contenuti di qualità e importanti spunti di riflessione. AMIRA si conferma così un interlocutore strategico per la crescita delle nuove generazioni, rafforzando il proprio ruolo di collegamento tra percorsi formativi e mondo del lavoro, in un settore in continua evoluzione come quello della ristorazione.

I vincitori sono stati Valeria Vastola e Francesco Castiglia con il piatto “Merenda della nonna 3.0”, seguiti da Marco D’Amore e Maria Tkachuk, autori di una prova particolarmente apprezzata dalla giuria. Il terzo riconoscimento è stato assegnato a Renato Ziello e Anastasia Lyubchenko, distintisi per professionalità e competenza tecnica.

Noi giudici torniamo a casa arricchiti da nuove idee, nuove visioni e dalla certezza che la ristorazione italiana potrà continuare a crescere solo investendo sui giovani.

Perché il futuro del nostro settore passa da qui: dalla scuola, dalla cultura, dalla passione e dal desiderio di raccontare il proprio mestiere con orgoglio.

Evviva la ristorazione italiana. Evviva i professionisti di domani.

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