venerdì, 17 Aprile, 2026

Il mare: una risorsa da salvaguardare

Gli stock ittici sono sicuramente in sofferenza, sempre più spesso troviamo specie aliene e scompaiono quei prodotti che hanno tradizionalmente imbandito le nostre tavole. Lo sgombro, ad esempio, è scomparso dai nostri mari, mentre sarde, alici e lampughe (caponi) sono sempre più difficili da pescare e le quantità sono sicuramente insufficienti a soddisfare le richieste della clientela e spesso in pescheria si trovano pesci provenienti da altri mari. Silvano Riggio, gia ordinario di Ecologia all’Università di Palermo, spiega che nei sistemi semplici, un circuito elettrico ad esempio, basta intervenire sulla causa del guasto ed il problema si risolve, ma nei sistemi complessi, quali gli ecosistemi, le cause sono le più svariate ed eliminarne una non risolve il problema, anzi si rischia addirittura di acuirlo.

La temperatura dei mari, il progressivo depauperamento delle praterie di poseidonia, l’eccessiva pesca industriale con attrezzature che non rispettano la risorsa, l’inquinamento da idrocarburi e da plastiche, le opere in prossimità delle coste che cambiano in modo sensibile il percorso delle correnti e tanti altri fattori contribuiscono alla notevole diminuzione degli stock. Il tonno per esempio oggi è stanziale tutto l’anno, così come numerosissimi delfini, e questo contribuisce in modo sensibile alla diminuzione del pesce azzurro, dei calamari e dei totani che fino a pochi anni fa erano abbondanti nei nostri mari ed una risorse sempre disponibile per la piccola pesca che lavora con attrezzature sostenibili.

Di contro alcune specie quali cernie e carangidi (dette fanta ricciole) vengono descritte come in aumento dai ricercatori dell’università, secondo Riggio sono fattori positivi perché essendo all’apice della catena alimentare dovrebbero trovare tutti i nutrimenti di cui hanno bisogno e quindi segno di un miglioramento delle condizione del mare. Anche i grossi carangidi, quali le ricciole, tornano nelle nostre acque ed i pescatori attendono per catturarli nel periodo in cui sono più numerosi che è quello della riproduzione. Questo dagli esperti viene considerato un grosso danno che nel tempo produrrà effetti negativi, facendo diminuire la risorsa per mancanza di riproduttori. Riggio spiega che catturare il pesce di misura regolamentare, ma di taglia medio piccola, crea molto meno danno se viene fatto con sistemi ecocompatibili. Le specie K hanno un numero di nascite relativamente basse, che vengono seguite dai riproduttori lungo tutto il percorso dello sviluppo, mentre pesci di piccole dimensioni, specie R, quali le sarde hanno un metabolismo accelerato e depositano grosse quantità di uova, ma subiscono la caccia da parte di tante specie tra cui i tonni che. come già detto sono stanziali anche in inverno.

Le quote tonno vengono esaurite in tempi brevissimi, spesso capita che i pescatori accidentalmente trovino i tonni allamati e siano costretti a tagliare il bracciolo e lasciarli andare, altre volte spinti dallo scarso guadagno si disfano del pescato da rigattieri abusivi, i quali non rispettano le normative sulla conservazione e causano le intossicazioni alimentari, come ci raccontano le cronache. Ma un aumento delle quote, per quanto auspicabile per le piccole marinerie che hanno sistemi di pesca tradizionale, farebbe precipitare nuovamente gli stock e di conseguenza riproporrebbe in modo stringente l’esigenza di una normativa per la tutela. Anche gli stock di pesce spada sono in affanno così come tante altre specie ed i pescatori sono costretti ad inventare sempre nuovi sistemi per recuperare quanto necessita per il loro sostentamento.

La frase del capitano Toti Lucido, presidente del Consorzio piccola pesca artigianale, è illuminante: «Se mio nonno vedesse il pescato attuale di una barca direbbe “dove hai rubato quel pesce”. Perché oggi i palangari specie quelli misti si calano nella colonna d’acqua dalla superficie al fondo, quindi con lo stresso attrezzo si catturano specie di superficie, ma anche di media profondità e di fondo, fatto che non succedeva fino a poco tempo fa». Alla domanda se i pescatori fossero disposti a diversificare e dedicarsi ad altre attività legate al mare, quali visite guidate alla scoperta dei tesori del mare, utilizzando la risorsa come una sorta di museo subacqueo, per turisti, studenti, ricercatori, appassionati, la risposta è stata positiva, basterebbe fare dei corsi ai pescatori e incentivarli per nuove attività, rendendole accattivanti e remunerative. Invece, secondo Lucido, le ultime normative sono state disastrose, al punto da proporre i periodi di fermo biologico proprio quando le marinerie sono ferme perché la risorsa è inferiore.

Anche la deroga sui «cannizzi» per la pesca della lampuga (detta capone) si è rivelata dannosa per la presenza di innumerevole tappeti ombrosi a mare con il risultato di pericoli per la navigazione e diminuzione del pescato. Il legislatore dovrebbe intervenire per incentivare le attività collaterali alla pesca, in particolare quelle di salvaguardia e conoscenza del mare, disincentivare le attività di pesca quali lo strascico, molto dannosa perché poco selettiva, nonché tutte le attività umane che distruggono le praterie di poseidonia, vero polmone dei nostri mari che producono tanto ossigeno, offrono riparo agli organismi del mare e sono indispensabili per la rigenerazione delle spiagge.

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