Nel centro storico di Catania, in piazza Sciuti, nasce Kebastard, un progetto gastronomico e culturale che ripensa il kebab contemporaneo. Un luogo dove fuoco, spiedo e pane tirato a mano diventano linguaggio comune fra tradizioni diverse — dal Medio Oriente all’Asia, dal Mediterraneo al Messico — in un racconto che attraversa quattro continenti e approda in Sicilia, terra storicamente costruita su incontri e stratificazioni culturali. Dietro il progetto ci sono Andrea Graziano e Abdallah Dadi: due percorsi differenti che si incontrano per esaltare il kebab – uno dei cibi più diffusi e riconoscibili – in un simbolo multiculturale.
Andrea Graziano è un imprenditore catanese che da quasi venticinque anni interpreta la ristorazione come fenomeno culturale prima ancora che commerciale. Un percorso costruito tra viaggi, visioni e intuizioni che lo portano a raccontare il cibo e a trasformarlo in esperienza concreta attraverso Fud Bottega Sicula. Abdallah Dadi, nato in Tunisia, è arrivato in Italia ancora minorenne in fuga dal regime di Ben Ali. Trova nella cucina il suo spazio, il suo linguaggio, la sua direzione. Cresce tra studio, lavoro e confronto continuo, entra giovanissimo nell’orbita di Graziano e si costruisce nel tempo una solidità professionale fatta di esperienza, disciplina e collaborazioni con grandi nomi della ristorazione nazionale. Il progetto di interior design è firmato dall’architetto Fatima Costa e nasce non dalla ricerca di uno stile ma dalla costruzione di una stratificazione culturale.
«Kebastard – commenta Andrea Graziano – si rivolge a una generazione abituata alla contaminazione culturale, molto più sensibile all’autenticità che alla perfezione. Ma, come spesso accade nei progetti radicali, la sua natura è trasversale: parte da un cibo popolare, spesso banalizzato, e gli restituisce spessore, dignità e immaginario. In un panorama in cui molti locali tendono ad assomigliarsi, Kebastard sceglie di affermare una visione precisa e riconoscibile e restituisce complessità a un prodotto spesso semplificato trasformandolo in un racconto contemporaneo fatto di tecnica, contaminazione e identità».



Il format è asciutto e lascia spazio al gusto e all’esperienza: niente servizio al tavolo. Si ordina, si ritira, si mangia. Nel menù, bevande no alcohol come la kombucha integrano la proposta di birre artigianali e drink analcolici.
«Quando sono arrivato in Italia non parlavo la lingua, non conoscevo nessuno. Ma in cucina – afferma il socio Abdallah Dadi – è stato tutto più chiaro. Il fuoco, la carne, il pane: questi non hanno bisogno di traduzione, sono il linguaggio più antico che esista. Ed è lì che ho trovato il mio posto. Non mi sono mai sentito completamente di un Paese solo. E alla fine ho smesso di vederlo come un problema. Essere in mezzo significa avere più punti di vista, più sapori, più possibilità. Kebastard nasce anche da questo: dall’idea che l’incrocio non è una mancanza, è una risorsa».
Il menù di Kebastard è un viaggio in quattro continenti. Inizia con i piccoli spiedi dal mondo – yakitori giapponesi, satay tailandesi, seekh pachistani, souvlaki greci – fino ad arrivare agli arrosticini di cavallo con chimichurri e ricotta salata e le diverse tipologie di kebab, ciascuna delle quali rappresenta un paese e una tradizione: doner, shawarma, seekh, gyros. Non mancano le suggestioni dal Messico con i tacos di carne e quelli vegetariani, tutti preparati con sfoglie artigianali di mais.
Tra i piatti principali Bastard doner con pollo speziato e marinato, cotto allo spiedo verticale a pietra lavica, e Black shawarma con carne di manzo marinata e speziata alle erbe, cotta con patate cipollina e servita con yogurt di bufala artigianale ragusana. Non mancano le proposte vegetariane come The natural bab, kebab di melanzane speziate, servito con falafel, hummus, e yogurt di bufala all’aneto.
Mondi apparentemente lontani che si incontrano nei tre elementi – lo spiedo, la brace, il fuoco – e si traducono in preparazioni originali che attraversano Medio Oriente, Mediterraneo, Asia e Messico, per poi approdare in Sicilia, da sempre terra di passaggi e stratificazioni. Non è una fusione di maniera. È lavoro di studio su carni, marinature, speziature e cotture. Le carni – di provenienza italiana e certificate halal – vengono lavorate e cotte alla griglia tra fuoco e pietra lavica. Le salse sono artigianali. La base, una pita preparata artigianalmente con un impasto tirato a mano, rievoca un gesto antico, arcaico, comune a tutte le cucine del Mediterraneo.
La Sicilia è proiettata in un contesto che ne ripercorre le radici mediterranee. Diverse le materie prime di matrice siciliana come lo Za’atar con sommacco siciliano, il sesamo di Ispica ed erbe spontanee di Enrico Russino, lo yogurt di bufala e cosacavaddu ibleo dell’azienda Bubalus, l’aglio rosso di Nubia, la provola delle Madonie dell’azienda Invidiata.
Kebastard si propone al pubblico in uno spazio di geometrie pop e artigianato. Skyline mediterranei si sovrappongono a geometrie pop. Un lampadario diventa un mercato di spezie sospeso sul soffitto, tubi industriali convivono con elementi artigianali interamente realizzati a mano, senza gerarchie estetiche. Il risultato è uno spazio costruito per sovrapposizioni: simboli, materiali e riferimenti provenienti da mondi differenti che convivono in equilibrio, senza perdere la propria identità. Fatima Costa ha creato uno spazio capace di parlare linguaggi diversi contemporaneamente, dove ogni persona può riconoscere frammenti della propria identità. Anche i bagni diventano parte del racconto: una parete curva accoglie geometrie islamiche da cui emergono mani, simbolo di un Mediterraneo dove spesso un gesto vale più di una frase. Sulle saracinesche, le illustrazioni dell’artista catanese Chiara Abramo trasformano anche la facciata in parte integrante del progetto e si inseriscono nella vivace piazza Giuseppe Sciuti, già al centro di un’operazione di riqualificazione urbana.





