Arancino o arancina? In Sicilia non è solo una questione di denominazione, è una fede quasi calcistica, una linea di confine culturale, un eterno derby servito bollente in vetrina. Una disputa così accesa da aver chiamato in causa persino l’Accademia della Crusca, invitata negli anni a pronunciarsi sul nome corretto dello street food più iconico dell’Isola. Eppure, forse, la vera domanda è un’altra: da dove nasce davvero questa meraviglia dorata che i siciliani difendono con orgoglio quasi patriottico?



A provare a spostare il dibattito dal «come si chiama» al «da dove viene» è Calogero Matina, storico dell’alimentazione siciliana e docente di enogastronomia, autore del volume Il sole da mangiare – Da principe delle tavole dei nobili a… re dello street food. Un viaggio lungo quasi dieci anni tra biblioteche, archivi e testimonianze storiche disseminate in tutta la Sicilia, con un obiettivo tanto ambizioso quanto necessario: firmare una tregua tra le due Sicilie, quella occidentale e quella orientale. Missione tutt’altro che semplice per Matina, agrigentino di nascita e catanese d’adozione da oltre vent’anni: praticamente un uomo cresciuto su entrambe le barricate della guerra del riso.
Il libro — 152 pagine pubblicate da Markat Studio per conto della Confraternita dell’Arancinu e impreziosite da immagini realizzate con l’intelligenza artificiale — sarà presentato sabato 16 maggio in due appuntamenti: alle 11.30 al Parco Paternò del Toscano di Sant’Agata Li Battiati e alle 17 al Palazzo del Turismo di Acireale, nell’ambito della manifestazione Sicilia in tavola – Le botteghe del gusto, organizzata dalla Confederazione nazionale artigiani. A dialogare con l’autore sarà la giornalista Carmen Greco. E, dettaglio non trascurabile, gli incontri si concluderanno con una degustazione dell’antenato dell’arancino (dato che siamo nel Catanese).
Ma Il sole da mangiare non nasce per decretare vincitori. Nessun tribunale gastronomico, nessuna sentenza definitiva. Matina sceglie invece la strada della ricerca rigorosa, affidandosi soltanto alle fonti documentali: dal Libro delle vivande di Al-Baghdadi, ricettario arabo del 1226, fino agli studi di Al-Idrisi, Giuseppe Pitré e Salomone Marino, attraversando secoli di storia alimentare siciliana. Tra le pagine emerge un’idea precisa: l’arancinu — così compare per la prima volta nel 1857 nel dizionario di Giuseppe Biundi, in una sorprendente versione dolce — non è soltanto cibo. È memoria collettiva, racconto di popoli, migrazioni, contaminazioni e identità.
«Sono un docente che ha imparato a leggere la storia nei piatti», scrive Matina, convinto che la cucina sia anche «un atto di resistenza per ricordare chi siamo». E in effetti, in Sicilia, poche cose raccontano l’identità quanto una palla di riso fritta: popolare e nobile insieme, semplice solo in apparenza, capace di contenere dentro un morso secoli di dominazioni, commerci e tradizioni. Il volume arriva in un momento in cui persino la storica faida gastronomica sembra ammorbidire i toni. Lo dimostra la nascita, nel 2025, della Confraternita dell’Arancinu, fondata dal maestro di cucina Domenico Privitera — autore di una delle prefazioni — con l’intento di riunire cuochi, studiosi e cultori del buon cibo oltre ogni divisione geografica tra Sicilia orientale e occidentale.
Perché il vero nemico, oggi, non sarebbe più il genere grammaticale, ma la perdita di qualità. «Troppo spesso questa eccellenza gastronomica è stata massacrata sull’altare della vendita», osserva Matina, pur riconoscendo che l’evoluzione è inevitabile: «L’arancinu deve restare ancorato al passato, ma necessariamente proiettato verso il futuro». Il libro promette più di una sorpresa, accompagnando il lettore in una Sicilia viva e mutevole, «che impasta l’antico con il nuovo e il rustico con il raffinato, senza mai smarrire del tutto sé stessa». Del resto, in Sicilia, anche una semplice disputa sul nome di una specialità dello street food può trasformarsi in una straordinaria storia d’identità. E forse è proprio questo il segreto dell’arancin*.




