sabato, 19 Settembre, 2026

Tappo a vite per il vino, meno pregiudizi e più inform-azione

La prima volta che, alcuni anni fa, mi sono imbattuta in un vino con tappo a vite la reazione è stata di curiosità. Non ho storto il naso – come capita a molti – ma ho apprezzato la facilità di apertura e chiusura e la compostezza estetica della bottiglia, che anche dopo essere stata stappata restava integra, con il marchio ben visibile. Senza capsule danneggiate o tagliate male e tappi di sughero difficili da reinserire, se la bottiglia si doveva conservare.

Però, nonostante la mia apertura, la percezione era d’immediatezza; di aver di fronte un vino da bere giovane. Nel tempo, la mia opinione è cambiata: ho assaggiato vini dal noto potenziale d’invecchiamento – da vitigni come il Pinot Nero e il Riesling – sigillati con tappo a vite che registravano ottime prestazioni.

Mi son detta: “Wow, c’è una chiusura che semplifica la vita, più sostenibile e performante. Perché in Italia è ancora così raro vederla sugli scaffali delle enoteche? E se la si trova, perché è quasi sempre associata a vini economici e con una shelf life limitata?”.

Le domande sono rimaste sospese, fino a quando quest’anno – al 55° Vinitaly – ho potuto rincuorarmi e scoprire che, oggi, nel mondo quasi 4 bottiglie su 10 hanno il tappo a vite: trend decisamente in crescita. Vedremo a breve come questa tipologia di chiusura non sia di appannaggio esclusivo del Nuovo Mondo, nonostante in paesi come Australia e Nuova Zelanda oltre il 70% dei vini siano chiusi con tappo a vite.

Complici alcuni sorprendenti assaggi (di diverse annate) al Vinitaly – come il Monte Grande Soave Classico Doc di Graziano Prà e il Solosole Vermentino Bolgheri Doc di Poggio al Tesoro – ho deciso di approfondire l’argomento e dare evidenza ai tanti scettici, o semplicemente non informatissimi, sulle potenzialità del tappo a vite.

Partiamo da “chi è” il tappo a vite.

Tappo a vite, screw cap o Stelvin (dal nome del pioniere e produttore più importante) è una chiusura di alluminio con una filettatura a vite che avvolge la parte finale del collo della bottiglia. All’interno è presente un fondello di resina con una piccola quantità di azoto, un gas nobile inerme che contribuisce a proteggere e conservare il vino: preserva le caratteristiche organolettiche, lo protegge da umidità e agenti esterni, e anche da sbalzi di pressione e temperatura.

Nasce verso la seconda metà del XX secolo – indovinate dove – in Europa!
A differenza di ciò che si potrebbe pensare, NON sono i paesi con una storia e tradizione del vino meno radicata, e oggi i principali utilizzatori, come Australia e Nuova Zelanda, ad essere stati i suoi creatori.

Sono stati, invece, i francesi e gli svizzeri i primi ad utilizzare i tappi a vite, non appena creati tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Il produttore che ha fatto la storia di questa chiusura in alluminio è il francese Stelvin, che nel 1964 ha sviluppato il prodotto e nel 1976 ha registrato il marchio. Un vero è proprio caso di marchionimo, in cui il nome commerciale è diventato parola d’uso comune – almeno per il settore – per indicare il prodotto.

Chi sceglie lo screw cap, e perché? Un po’ di dati

Wine Intelligence ci fornisce una fotografia sui principali paesi utilizzatori del tappo a vite, o in questo caso è più appropriato chiamarlo screw cap. Secondo il rapporto Closures Trends in Australia e Regno Unito è quasi la regola è non l’eccezione: Il 55% degli australiani intervistati ha dichiarato preferire acquistare vino in bottiglie chiuse con tappo a vite, mentre il 38% preferisce il sughero naturale. Tra gli inglesi la percentuale di apprezzamento è la stessa; diversamente i consumatori americani hanno una netta preferenza per il sughero naturale: 64% contro il solo 28% per il tappo a vite. Negli ultimi sette anni lo screw cap è diventato sempre più popolare: in tutti e tre i paesi è la chiusura di riferimento per i vini premium, con una maggior propensione al sughero per gli americani.

Tornando in Europa Occidentale, secondo le indagini di Stelvin e Guala Closures (entrambi tra i produttori principali e punti di riferimento per gli enologi), siamo passati da 29% nel 2015 al 34% nel 2021 di bottiglie di vino con tappo a vite. Stiamo parlando di 6,9 miliardi di bottiglie con tappi a vite nel 2021, su un mercato mondiale di oltre 30 miliardi di chiusure per il vino, fermo e frizzante.

Facendo una semplice ricerca sulle principali enoteche online, si evince che in Italia c’è ancora un’esigua quantità di vini con tappo a vite. Su Tannico, su quasi ottomila referenze, sono poco più di 100 i vini con tappo a vite, di cui poco meno della metà italiani. Su Callmewine che propone oltre diecimila referenze, sono ancora meno i vini proposti con tappo a vite, o almeno così risulta con la chiave di ricerca “tappo a vite” o “stelvin”. È Vinatis, specializzato in vini francesi e stranieri, l’unico a prevedere tra i filtri di ricerca, la categoria “tappo a vite”: qui sono presenti quasi 200 vini su circa cinquemila referenze.

Andiamo alla ciccia: le caratteristiche tecniche da sapere

Il tappo a vite ha molti pregi rispetto al “capo branco” tappo di sughero naturale, legati, soprattutto, all’integrità del vino.

Mai più sentore di tappo, rischio che di certo non esiste con il tappo a vite. Qualcuno potrebbe obiettare che, oggi, grazie agli sviluppi tecnologici capita sempre più di rado trovare vini con difetti causati dal tappo di sughero. Sì, è vero però capita ancora. A questo si aggiunge, grazie all’ermeticità della chiusura, un rallentamento del deterioramento del vino e della sua ossidazione.

Anche qui mi aspetto un’obiezione: ma il vino ha bisogno di un micro passaggio di ossigeno per evolvere, quindi il tappo di sughero è insostituibile!

In realtà, non è tutto bianco o nero. In primis, oggi grazie alle innovazioni di prodotto non solo esistono tappi a vite che consentono una micro-ossigenazione del vino, ma ne esistono tipologie in cui è possibile scegliere la quantità di ossigeno da lasciar permeare. Questo è importante, ad esempio, per quei vini che hanno bisogno di continuare l’affinamento in bottiglia per diventare grandi vini.

Inoltre, non dimentichiamo che il vino evolve anche in mancanza di ossigeno: cambia anche grazie a fenomeni ossido-riduttivi. Mentre l’ossidazione è più evidente, anche in poco tempo, ed è anche irreversibile, l’ossidoriduzione è molto lenta, ha effetti sul vino molto più lievi e, soprattutto, è reversibile.

Dunque, il tappo a vite impedendo il passaggio d’aria – o consentendolo in modo controllato a seconda del vino e delle scelte del produttore – aumenterà la capacità del vino di invecchiare, e quindi ne allungherà la vita.

I vini con tappo a vite, una volta stappati e versati nel calice, saranno, con altissima probabilità, come l’enologo li aveva fatti e pensati. Dando così maggiori garanzie di integrità al consumatore e anche al produttore che troverà rispettato lo stile del suo vino. Grazie alle sue caratteristiche questa tipologia di tappo permette, infatti, di ottenere consistenza tra una bottiglia e l’altra: un’omogeneità qualitativa anche nel caso di vecchie annate, oltre ad una corretta evoluzione.

Ci sono due ulteriori caratteristiche da prendere in considerazione. La modernità e il design del tappo a vite, che possono attirare un consumatore più giovane, e la sostenibilità della chiusura, che essendo fatta di alluminio consente di essere riciclata all’infinito.

A tutto questo, aggiungo il costo inferiore: un tappo a vite, anche con le varie personalizzazioni, costa meno di un buon tappo in sughero naturale. Aspetto rilevante sia lato produttore che consumatore.

Case study e vini da assaggiare per farsi persuasi

Per fortuna stiamo andando oltre i pregiudizi e alla dicotomia che associa il tappo di sughero al vino di qualità, e quello a vite a un vino di scarso livello.

E dobbiamo dire grazie, come sempre, all’impegno di alcuni produttori perseveranti.

Tra questi ci sono anche quelli un po’ Svitati, come gli piace chiamarsi.

Sono cinque aziende visionarie, unite per raccontare e sostenere la scelta del tappo a vite nel mondo del vino italiano.

Sono gli Svitati: Franz Haas, Graziano Prà, Jermann, Pojer e Sandri e Walter Massa. Cinque eccellenze del vino in Italia che hanno scelto il tappo a vite per raggiungere un obiettivo: il perfetto mantenimento di quelle qualità organolettiche del vino tanto ricercate e valorizzate dal lavoro in vigneto e in cantina.

“Siamo cinque aziende che cercano la precisione fin nei minimi dettagli – commentano all’unisono gli Svitati – scegliamo i vitigni che più ci rappresentano e le uve migliori, in cantina abbiamo tutto quello che ci può aiutare a produrre un vino di un’altissima qualità. Ma soprattutto abbiamo a disposizione il tappo ideale per mantenerla. Ecco perché non possiamo non approfittarne. La precisione che abbiamo sempre ricercato, oggi, è anche un atto dovuto, nei confronti del pubblico e nei confronti del vino”.

Oltre questi produttori, di cui se non lo avete fatto è doveroso assaggiare i vini (sopratutto di annate precedenti alle ultime uscite), caldeggio l’assaggio dei Soave Classico e del Trebbiano dell’azienda Suavia, dei vini valdostani di Les Crêtes, e ancora il Solo Sole Vermentino Bolgheri Doc di Poggio al Tesoro, il Valpolicella Classico di Allegrini e il Riesling Eruzione 1614 di Planeta.   

Riprendendo la domanda che mi ero posta, ossia perché in Italia sia così raro trovare vini con tappo a vite, alla luce di questo approfondimento, penso che la risposta stia prevalentemente in una resistenza culturale più che sostanziale e tecnica.

A voi le considerazioni.

Vi sto dicendo che in futuro, dovreste scegliere il tappo a vite sempre e comunque rispetto al tappo di sughero? Dipende, entrambi hanno caratteristiche diverse e ben precise ed è bene conoscerle per scegliere la soluzione migliore per il proprio vino e la propria visione.

Ultimi articoli

Cusumano: «Meno uva per il clima, ma di eccellente qualità»

L'analisi dell'azienda vitivinicola sulla vendemmia 2026. Per il futuro, viene chiesto alla politica un piano pluriennale «concertato con i produttori»

Il sommelier e la psicologia: il corso Onav a Catania scopre il neuromarketing

La formazione sposa l'alta ristorazione: da ottobre a febbraio nella città siciliana l'Organizzazione degli assaggiatori di vino organizza un ciclo di lezioni che guarda alle aspettative del cliente

A Raffadali il Fastuca Fest celebra il pistacchio Dop

Per quattro giorni il borgo diventa un luogo per assaggiare, cucinare e raccontare il tipico prodotto locale. Un'installazione artistica guiderà il pubblico per le vie del centro

Igp ai grani antichi siciliani: pronte le regole, saranno illustrate a Serradifalco

Nella sede del Molino Fratelli Ferrara è in programma sabato 19 settembre l'assemblea per la costituzione ufficiale della Rete di imprese

Non perderti

Agata Fiasconaro in incognito fra i dipendenti: su Rai2 è protagonista a «Boss in incognito»

La brand manager dell'azienda dolciaria di Castelbuono, assieme ad Elettra Lamborghini, affiancherà il team in tutte le fasi chiave della produzione

Palermo: fine dining tra le cupole normanne ed il Mediterraneo

Seven Restaurant Rooftop Garden a Palermo: cucina fine dining, mixology d’autore e vista sulle cupole storiche.

Spreco alimentare in Europa: l’Italia tra i paesi che gettano più cibo

Con 555,8 grammi a settimana pro capite supera Germania, Francia e Spagna

Pasqua 2026: Fiasconaro tra sapori autentici e confezioni che raccontano la tradizione

Un trionfo di design e sapori identitari della Sicilia. Protagonista la Colomba con canditi di pesca di Leonforte e mandorle. Il packaging diventa strumento di storytelling

Strozzapreti, strangozzi e strangolapreti: differenze vere, regione per regione

Questo articolo è un messaggio pubblicitario a cura di...

Non perderti

Per Casa Grazia prima vendemmia sull’Etna

Dal Lago Biviere al vulcano: Maria Grazia Di Francesco Brunetti affronta una nuova sfida a Passopisciaro, nel territorio di Castiglione di Sicilia

Bollicine siciliane, voglia di fare rete per catturare i turisti

L'Irvo ha fissato una Dichiarazione d'intenti da sottoporre all'attenzione dei produttori e degli altri protagonisti del mondo vitivinicolo. La prima tappa sarà mappare gli spumanti dell'Isola, L'obiettivo finale raggiungere la riconoscibilità del prodotto regionale, pur nella varietà offerta dal territorio

Wine Not? A Sant’Andrea di Rometta una nuova storia da raccontare

Il 2 agosto la prossima edizione della manifestazione dedicata alla cultura enologica siciliana. Ventinove le cantine protagoniste, provenienti anche da altre regioni italiane