C’è una Sicilia che non si accontenta di essere raccontata: pretende di essere vissuta. È quella che si costruisce lentamente, tra studio, tentativi, errori e intuizioni. Una Sicilia fatta di gesti pazienti, di mani che trasformano e di idee che maturano nel tempo. È la stessa Sicilia che ad Alcamo prende forma dentro Sicula Gin, il progetto ideato da Sebastiano D’Angelo, che ha scelto di allontanarsi dalle scorciatoie dell’industria per seguire un percorso artigianale autentico, radicato nella memoria e proiettato nel futuro.
La memoria come punto di partenza
Prima ancora del gin, c’è una storia familiare. Una storia fatta di lavoro, sacrificio e legame con la terra. «Mio padre ha costruito tutto partendo da zero», racconta D’Angelo. «Io e mio fratello siamo cresciuti con la consapevolezza di dover portare avanti quel percorso, ma anche con il desiderio di trovare una nostra strada». Accanto a questa eredità imprenditoriale, però, si muove un’altra dimensione, più intima. «I ricordi più vivi che ho sono legati alla cucina e agli agrumi», continua. «Mio nonno preparava liquori fatti in casa, limoncelli, infusi. Erano gesti semplici, ma avevano qualcosa di speciale. Senza accorgermene, me li sono portati dietro negli anni».
È proprio da qui che nasce tutto: dall’odore delle bucce lasciate ad asciugare al sole, dalla curiosità per ciò che cambia forma, dalla voglia di trasformare una suggestione in qualcosa di concreto. «A un certo punto ho sentito il bisogno di produrre», spiega. «Non sapevo ancora cosa, ma sapevo che doveva essere qualcosa di mio. Così è iniziato tutto: prima con Agrumara, poi con una passione sempre più forte per la distillazione».
L’alambicco e la scoperta di un mestiere
L’incontro con la distillazione non è pianificato, ma inevitabile. «Gli alambicchi mi affascinavano», confessa. «Li vedevo come oggetti quasi proibiti, lontani. L’idea che l’alcol potesse trasformarsi in spirito mi sembrava incredibile». Da quel momento, la curiosità diventa studio. E lo studio diventa pratica. «Fare gin non è solo una questione di gusto», spiega. «C’è un lavoro enorme dietro, sia sulle botaniche che sulla tecnica. Devi conoscere ogni ingrediente, capire come reagisce, trovare l’equilibrio giusto».
Sicula Gin nasce così, attraverso un percorso rigoroso che segue il metodo London Dry. «Tutto entra nell’alambicco prima della distillazione», sottolinea. «Dopo non puoi più intervenire. Non puoi aggiungere aromi, non puoi correggere. Puoi solo lavorare bene prima. È questo che fa la differenza». Un approccio che richiede precisione e sensibilità. «È un po’ come la cucina», osserva. «Tutti possono provare, ma essere davvero capaci è un’altra cosa. Io mi sento uno che ha scelto di fare questo mestiere con serietà, come uno chef che studia ogni dettaglio».
Il lavoro, poi, non si ferma mai. «Ogni ricetta nasce da prove piccolissime», racconta. «Uso un alambicco da due litri, faccio tentativi continui. E ogni volta cambia qualcosa: la lavanda può essere più intensa, gli agrumi più o meno profumati. Devo sempre ribilanciare. È questo che rende il gin vivo, mai identico».
Raccontare la Sicilia, anche attraverso l’immagine
Sicula Gin non è un’esperienza non solo gustativa, ma anche visiva. Le etichette diventano parte integrante del racconto, grazie al lavoro del designer Dario Frattarolo. «Volevamo che ogni bottiglia parlasse della Sicilia», spiega D’Angelo. «Non in modo didascalico, ma evocativo». Nascono così immagini che richiamano la terra, il sole, il mare e la memoria. «In una etichetta c’è una figura femminile che rappresenta la madre terra, con gli agrumi tra le mani. In un’altra c’è il nero, il mare, la tradizione della mattanza, ma anche il rispetto per il passato. Sono immagini che fanno parte della nostra cultura».
Un progetto che ha ottenuto anche un riconoscimento importante, con la vittoria al Vinitaly Design Award. «È stata una soddisfazione», ammette. «Perché significa che il messaggio è arrivato».
Tra arte e autenticità
Il dialogo con il contemporaneo continua attraverso collaborazioni artistiche, come quella con Diego Fichera. «Realizziamo edizioni limitate, numerate, firmate», racconta. «Sono mille bottiglie per ogni uscita. Ci interessa dare valore sia al prodotto che all’artista».

Ma c’è anche una volontà precisa di distinguersi in un mercato sempre più affollato. «Oggi fanno tutti gin», osserva D’Angelo. «Il problema è che spesso non lo distillano davvero. C’è chi utilizza aromi già pronti e li diluisce. Noi abbiamo deciso di percorrere un’altra strada».
Una scelta netta, che rivendica con forza. «Io seleziono le botaniche, costruisco le ricette, distillo personalmente», spiega. «In Sicilia siamo davvero pochi a seguire tutto il processo. Per me era fondamentale».
Un’identità che non scende a compromessi
Alla base di Sicula Gin c’è una filosofia chiara: autenticità. Anche quando questo significa affrontare costi più alti o rinunciare a una distribuzione di massa. «Produrre in Sicilia, con materie prime locali, è più impegnativo», ammette. «Ma è una scelta che rifarei mille volte. Perché significa sostenere il territorio e mantenere un’identità precisa».
Un’identità che si riflette anche nel modo di intendere il consumo. «Bere deve essere un’esperienza consapevole», sottolinea. «Non si tratta di quantità, ma di qualità. Ogni sorso deve essere apprezzato per quello che è». E poi c’è la visione, quella che guarda oltre il prodotto. «Sicula Gin non è solo un distillato», conclude D’Angelo. «È un modo di raccontare la Sicilia. E oggi, per sopravvivere in questo mercato, non basta vendere: bisogna essere veri. Spiegare cosa c’è dietro, condividere il processo. È lì che si costruisce la fiducia». In ogni bottiglia si ritrova questo percorso: la memoria di un’infanzia, la precisione di un mestiere, la volontà di restare fedeli a sé stessi. Una Sicilia che non si concede facilmente, ma che, una volta scoperta, lascia il segno.





