I ricci di mare o echinoidei sono organismi marini bentonici provvisti di uno scheletro calcareo, impropriamente detto guscio, munito di lunghi aculei mobili e di pedicelli ambulacrali, che gli consentono di spostarsi. I ricci ed in particolare, quelli appartenenti al Paracentrotus lividus, sono molto ricercati per le preparazioni culinarie e questo ne sta determinando una rapida scomparsa.
Ne abbiamo parlato con i docenti universitari Silvano Riggio e Paola Gianguzza (Dipartimento di Scienze della Terra e del Mare di UniPa), biologi marini e studiosi del problema. Prima domanda pressoché obbligatoria: i ricci di mare sono in estinzione? Riggio lo conferma e spiega che il riccio di mare ha bisogno di una maggiore tutela per garantire una corretta riproduzione. Gianguzza spiega che i ricci di mare sono individui di sesso maschile o femminile e che la riproduzione avviene in età matura, da febbraio a maggio, tramite l’espulsione contemporanea delle uova, di colore giallo arancio, da parte delle femmine, e dello sperma, di colore bianco, da parte dei maschi. Si tratta insomma di una riproduzione esterna. Maschi e femmine si aggregano e rilasciano nel mare sia uova che sperma: avvenuta la fecondazione, la larva inizia la sua vita nel plancton, trasportata dalle correnti e dove trova tutti i nutrienti per la crescita e la formazione del «guscio» o scheletro calcareo.
In questa fase il riccio è vulnerabile perché essendo molto nutriente viene mangiato dalle altre specie marine. Se però riesce a superare la prima fase, si adagia sui fondali marini, prediligendo la posidonia ed altre alghe di cui sono voraci (anche detriti organici e piccoli animali morti), contribuendo alla pulizia dei fondali ed al controllo delle alghe bentoniche.
Gli esperti concordano nel dire che i ricci sono stati sottoposti ad eccessivo sfruttamento da parte dell’uomo, che si continua a perpetrare in tutti i mari italiani, specie da persone che pescano indiscriminatamente. Ciò ostacola la riproduzione ed i ricci tendono a scomparire in aree sempre più vaste. Sulla riproduzione interferisce anche il cambiamento climatico: il riccio si riproduce quando la temperatura delle acque arriva a 18° gradi, ma i nostri mari raggiungono oggi temperature ben più elevate creando difficoltà alla sopravvivenza della specie.
C’è poi un altro allarme: «Le acque sempre più acide – sottolinea Paola Gianguzza – sciolgono i “gusci” contribuendo alle difficoltà di sopravvivenza della specie». Lo scenario sembrerebbe preludere ad un veloce declino della specie, ma Riggio sottolinea che con opportune tutele il processo può essere fermato. Il Paracentrotus vive solo nel Mar Mediterraneo ed in alcune parti dell’Atlantico, come dice Gianguzza, ed è qui che è doveroso intervenire per impedirne il prelievo. Oggi la salvaguardia della specie è affidata ad un periodo di fermo nei mesi di maggio e giugno, nonostante le evidenze scientifiche raccomandino un fermo di almeno sei mesi a partire da dicembre, agevolando la possibilità di riproduzione con le acque più fredde.
Soltanto con una rigorosa politica di salvaguardia della specie, con una maggiore tutela dei nostri mari che contrasti l’acidificazione ed il surriscaldamento, e con il rispetto della normativa sulla corretta gestione della Posidonia oceanica, il riccio può tornare a riprodursi agevolmente.
I consumatori, infine, farebbero bene a controllare i ricci in barattolo, anche di vetro: è opportuno infatti accertarne la provenienza con un controllo accurato della tracciabilità.





