Un tempo a Palermo si diceva: «Quannu s’asciucanu i balati ra Vucciria…». Era il modo siciliano di dire «mai». Mai come quando gli asini voleranno, mai come quando pioveranno pietre dal cielo. Perché le balate della Vucciria non potevano asciugarsi. Non si erano asciugate per secoli. I pescivendoli buttavano acqua sul pesce, i verdurai sulla merce, e il mercato respirava come un organismo vivo, rumoroso e bagnato.
Poi è successo. Le balate si sono asciugate davvero. E forse nessuno se n’è accorto subito. Non da un giorno all’altro, ma lentamente: una saracinesca abbassata, un banco che chiude, una bottega che diventa un pub, un venditore che lascia spazio a un menù in quattro lingue. Finché ciò che sembrava impossibile è diventato realtà.






Oggi, per capire cosa siano diventati i mercati storici di Palermo, bisogna inseguirne le tracce tra Ballarò, il Capo e la Vucciria, fra i pochi mercatari rimasti, nelle abbanniate che resistono e nei ricordi di chi li ha conosciuti quando erano il cuore pulsante della città. Della vivacità dei mercati storici, dei teloni colorati, della frutta e della verdura, così come del pesce, rimangono soltanto il riverbero e l’indelebile ricordo fissati nella celebre tela di Guttuso. Al loro posto troviamo street food a ogni angolo, spremute a un euro, spritz a tre, palermitani che parlano un improbabile inglese sventolando menù plastificati per convincere i turisti a mangiare al loro banco, ristoranti improvvisati e chincaglierie cinesi: calamite o shopper con scritto «Ciao Bella» (perché poi, ancora oggi, non si è capito).
Questa è la strada imboccata da tutti e tre i mercati storici di Palermo: la Vucciria, il Capo e Ballarò.





A Ballarò sopravvive ancora un tratto di autentico mercato ortofrutticolo: quello che va da corso Tukory fino a piazza del Carmine. Qui si respira ancora la contaminazione multietnica che ha sempre caratterizzato il quartiere, con i bangla che vendono frutta e verdura tipiche della loro cucina. In piazza del Carmine, invece, troverete probabilmente la frittola più buona della città. Badate bene: fino alle 11, massimo 11.30. Una colazione energizzante.
E se volete sapere cos’è la frittola, altro non possiamo dirvi se non che si tratta di interiora fritte e ben nascoste dentro misteriosi panari coperti da stracci caldi. Una cosa, però, è certa e spero vi rassicuri: di frittola non è mai morto nessuno.
Se è la prima volta che vi aggirate per Ballarò, state attenti ai prezzi. Contrattate, perché l’arte della contrattazione, eredità dei mercati arabi, rimane ben salda malgrado i secoli. Se capiscono che siete turisti, possono rifilarvi una stigghiola a cinque euro, un piccolo cannolo ripieno di Nutella a due euro o un piatto di polpo a venticinque euro: prezzi assolutamente spropositati per qualsiasi palermitano.
Un altro appunto voglio farvelo. Se volete mangiare al mercato, fatelo. Contrattate prima, fate attenzione ai cibi troppo esposti al sole, fate i vostri conti. Però, per favore, non prendete la carbonara, perché di tipico qui non ha proprio nulla. Prendete piuttosto la pasta con le sarde, la ‘nciova, le sarde a beccafico, le stigghiole, le melanzane.



Al Capo troverete una delle pescherie più famose e apprezzate della città, Isgrò. Nella parte iniziale resiste ancora qualche venditore di frutta e verdura, ma poi il mercato lascia spazio a una distesa a cielo aperto di chincaglierie, spremute e spritz. C’è ancora qualcuno che vende spezie e frutta secca, poi la friggitoria Dainotti e, in piazza Beati Paoli, il venditore di quarume, le celebri frattaglie bollite. Sempre lì c’è il chiosco dove preparano ancora l’Autista, la bevanda che fa digerire pure le pietre e che va bevuta a cosce aperte, perché, a causa del bicarbonato, almeno metà del contenuto — quando va bene — finisce fuori dal bicchiere.
In Vucciria resiste la Taverna Azzurra, luogo quasi magico che ha saputo attraversare il tempo. Una volta c’erano zibibbo e sangue siciliano, adesso c’è un po’ di tutto. In piazza Caracciolo si incontra ancora spesso Rocky, uno degli ultimi meusari ambulanti storici. Frutta e verdura non se ne trovano più. Resisteva uno storico venditore proprio davanti alla taverna, ma da qualche mese ha chiuso i battenti anche lui, lasciando spazio all’ennesimo ristorante.
La turistificazione ha cambiato il volto dei mercati, ma sarebbe troppo facile darle tutta la colpa. Quando arrivarono i supermercati, il declino era già cominciato. I mercatari hanno fatto quello che Palermo ha sempre saputo fare meglio: arrangiarsi, adattarsi, reinventarsi. Certo, sarebbe bello che imparassero a non spennare i turisti. Ma questa è un’altra storia.
La verità è che i mercati storici di Palermo non sono morti. Sono diventati qualcos’altro. Meno pesce e verdura, più tavolini e menù plastificati. Meno abbanniate, più inglese maccheronico. Meno necessità, più spettacolo.
Eppure, tra una stigghiola che fuma sulla brace, un vecchio meusaro che resiste in piazza Caracciolo e una frittola mangiata alle undici del mattino, capita ancora di intravedere la Palermo che fu. Sul Genio di Palermo è inciso: «Panormus conca aurea suos devorat alienos nutrit», Palermo, conca d’oro, divora i suoi e nutre gli stranieri. A giudicare da come sono cambiati i mercati, la profezia continua a reggere. Solo che oggi gli stranieri non sono più mercanti, viaggiatori o conquistatori: sono turisti con il trolley, seduti davanti a uno spritz da tre euro.
Le balate della Vucciria si sono asciugate davvero. A Palermo è accaduta persino l’unica cosa che per secoli era sembrata impossibile.




