martedì, 10 Febbraio, 2026

C’è un luogo, a Palermo, in cui il tempo sembra perdere la sua consueta urgenza e il rumore della città arretra

In pochi sanno che Palermo “nasconde” un luogo dove il tempo ritrova il suo passo lasciando spazio ad un silenzio abitato. Non è un’esperienza costruita per stupire: qui la natura non è un elemento decorativo, ma un linguaggio preciso, fatto di ritmi lenti, gesti misurati e presenze che insegnano senza parlare. È uno spazio reale, vissuto, in cui la relazione tra esseri umani e animali diventa pratica quotidiana di cura, ascolto e crescita. In questo luogo si entra con discrezione e si resta per scelta. Tutto risulta profondamente trasformativo: è un ambiente che chiede tempo, attenzione, disponibilità all’ascolto. Ogni spazio, ogni percorso, ogni relazione racconta una visione chiara, costruita nel tempo attraverso un lavoro quotidiano che tiene insieme competenza tecnica e sensibilità umana, rigore metodologico e responsabilità sociale.

All’interno dell’Istituto Sperimentale Zootecnico per la Sicilia prende forma un progetto che restituisce sostanza a una parola spesso abusata: inclusione. Qui l’inclusione non è dichiarata, ma praticata. Un’area ampia e strutturata accoglie percorsi educativi e terapeutici rivolti in particolare a bambini che vivono condizioni di fragilità. Non si tratta di interventi episodici, ma di un sistema coerente e continuativo, in cui ogni gesto si inserisce in un disegno più ampio e ogni scelta risponde a un bisogno reale.

Asini, cavalli, pony, animali da cortile e specie meno consuete condividono questo spazio con educatori, operatori specializzati e famiglie. Non sono presenze rassicuranti fine a sé stesse, ma veri mediatori di relazione. La lentezza dei loro movimenti, la prevedibilità delle reazioni, il contatto fisico e l’assenza di giudizio creano un ambiente stabile, in cui i bambini possono sentirsi al sicuro, riconosciuti e liberi di esprimersi. È in questa dimensione che gli interventi assistiti con gli animali trovano la loro efficacia più autentica, lontana da qualsiasi forma di spettacolarizzazione.

La Fattoria di Gabri non è luogo di intrattenimento, ma spazio educativo e relazionale; un ambiente ricco di significato che si esprime in ogni gesto amorevole, che ritrovi in ogni sguardo gentile. Qui l’apprendimento passa attraverso l’esperienza diretta: si coltiva un orto, si raccolgono le uova, si curano gli animali, si osservano i ritmi della natura, si monta a cavallo fuori dai circuiti sportivi e si cammina accanto agli asinelli nei percorsi di trekking someggiato. Sono gesti semplici, essenziali, che restituiscono valore al fare e al tempo condiviso, costruendo un rapporto autentico con l’ambiente.

Ogni attività è pensata per stimolare autonomia, responsabilità e fiducia, rispettando i tempi e le caratteristiche di ciascun bambino. La lentezza diventa una risorsa, non un limite. La ripetizione dei gesti crea familiarità, sicurezza emotiva, continuità. In questo contesto, un ruolo centrale è svolto dall’onoterapia, pratica ancora poco diffusa nel Sud Italia. L’asino, animale schivo e paziente, diventa un alleato silenzioso in percorsi che lavorano sull’emotività, sulla comunicazione e sulla regolazione delle emozioni. Non c’è forzatura, non c’è messa in scena: c’è relazione. Ed è proprio questa autenticità a rendere l’esperienza profondamente umana ed efficace.

Dietro questa visione c’è una presenza che ne rappresenta l’origine e la continuità: Valentina Cellura, ideatrice e anima della Fattoria di Gabri, è lei ad aver trasformato un’intuizione in un progetto concreto, strutturato e riconoscibile. Attraverso la cooperativa sociale SiciliaBedda, Cellura ha costruito uno spazio che non si limita a offrire servizi, ma genera relazioni, fiducia e senso di comunità. Il suo ruolo non è soltanto progettuale o organizzativo, ma profondamente umano: una guida costante capace di tenere insieme visione e operatività, metodo e ascolto. Senza questa presenza, senza questo lavoro quotidiano e silenzioso, il progetto non esisterebbe nella forma che ha oggi.

Il progetto poggia su basi scientifiche e metodologiche solide, ma non rinuncia mai a una dimensione etica chiara. Mettere la persona al centro significa costruire percorsi rispettosi, sostenibili e adattabili ai bisogni individuali. Significa anche ripensare il ruolo degli spazi pubblici e delle istituzioni come luoghi di servizio reale, aperti alla comunità e capaci di generare valore sociale. È in questo dialogo virtuoso che si inserisce il sostegno delle istituzioni che, ciascuna nel proprio ambito di competenza, riconoscono l’importanza di questo progetto e ne accompagnano la crescita, contribuendo a trasformare una visione in una pratica concreta di welfare condiviso.

Visitare la Fattoria di Gabri non significa semplicemente entrare in una fattoria. Significa attraversare un’idea diversa di welfare, in cui la cura non è delegata ma condivisa e l’inclusione non resta una dichiarazione di intenti, ma diventa esperienza quotidiana. È un invito a guardare gli animali non come strumenti, ma come compagni di percorso, capaci di restituire, attraverso la loro presenza, una forma di equilibrio che spesso dimentichiamo.

Chi arriva qui se ne va con qualcosa in più. Non un ricordo da raccontare, ma un’esperienza che resta. Un tempo diverso, che continua a lavorare anche dopo. E il desiderio, quasi inevitabile, di tornare.

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