Villa Adriana: l’identità riconosciuta ma si rischia l’abbandono

Palermo è una città che ama raccontarsi come capitale della stratificazione. Fenici, arabi, normanni: ogni epoca ha lasciato un segno, ogni segno viene celebrato. Più difficile, invece, è prendersi cura di ciò che prova a tenere insieme quelle stratificazioni nel presente. È in questa frattura, antica e irrisolta, che si colloca la vicenda del Museo della Sicilianità di Villa Adriana.
Nei giorni scorsi la Regione Siciliana ha iscritto ufficialmente il Museo nel Registro LIM, il Libro dei Luoghi di Identità e Memoria. Un atto che, sulla carta, non lascia spazio a dubbi: la collezione raccolta negli anni da Giacomo Callari è riconosciuta come bene culturale rilevante, capace di raccontare una parte essenziale della storia dell’Isola attraverso opere d’arte, artigianato, terrecotte, sculture, pittura, satira. Identità non come reliquia, ma come narrazione viva, accessibile, didattica.

Eppure, mentre l’istituzione certifica il valore, la realtà materiale lo smentisce. Il Museo della Sicilianità dovrà lasciare Villa Adriana entro la fine di marzo. Il comodato d’uso non è stato rinnovato. Il luogo riconosciuto come presidio della memoria collettiva resta, di fatto, senza casa. Questa non è una contraddizione burocratica. È una frattura politica e culturale. Perché Villa Adriana non è soltanto una cornice architettonica: è parte integrante del racconto. Una residenza storica della Piana dei Colli che negli anni ha ospitato, insieme al museo, una scuola per l’infanzia, un asilo nido, una fondazione impegnata nel sostegno ai disabili. Un microcosmo civile, prima ancora che culturale.


La proprietà dell’immobile, affidata alle suore Missionarie di Assisi, aveva in passato ipotizzato la vendita della villa, su cui la Regione avrebbe avuto diritto di prelazione. Un’ipotesi mai diventata decisione. Nel frattempo, però, il museo viene estromesso. Senza una soluzione alternativa, senza una presa in carico pubblica, senza un gesto di responsabilità collettiva. Qui la vicenda supera il caso specifico e diventa paradigma. Perché il Museo della Sicilianità non è un’iniziativa effimera né un progetto decorativo. È il frutto di oltre dieci anni di lavoro di Giacomo Callari, collezionista, editore, mecenate in senso pieno e ormai raro del termine. Un uomo che ha investito risorse, tempo, visione per costruire una collezione non destinata al mercato, ma alla restituzione pubblica. Un museo privato che, nei fatti, svolge una funzione pubblica: educativa, sociale, identitaria.

Le scuole lo frequentano ogni giorno. Le famiglie lo attraversano. I visitatori vi trovano una Sicilia diversa da quella patinata o folkloristica. Una Sicilia che sa anche sorridere di sé, riflettere su sé, interrogarsi. E allora la domanda non è dove andrà Callari. La domanda è: cosa fa Palermo quando un luogo riconosciuto come identitario rischia di scomparire per inerzia? Cosa fanno le istituzioni quando il riconoscimento non è seguito dalla tutela? Cosa fa quella parte “nobile” della città – famiglie, fondazioni, mondi imprenditoriali, professionali – che da sempre rivendica amore per la cultura e appartenenza alla storia palermitana?
Un museo senza sede non è solo chiuso. È sospeso. È reso fragile. È costretto a smontare un racconto che ha bisogno di spazio, coerenza, continuità. Quasi mille opere non sono scatoloni da spostare: sono una narrazione che rischia di essere interrotta. La politica regionale e cittadina non può limitarsi a registrare il valore. Deve farsene carico. Perché un luogo dell’identità non si tutela con un elenco, ma con scelte concrete: spazi, risorse, interlocuzione. Il resto è certificazione senza responsabilità.

Villa Adriana oggi è uno specchio. Riflette una Sicilia che sa riconoscere ciò che vale, ma esita quando deve proteggerlo. Lasciare solo il Museo della Sicilianità significherebbe accettare che l’identità sia buona per i documenti ufficiali, ma non abbastanza per le decisioni reali. Difenderlo, invece, sarebbe un atto politico nel senso più alto del termine. Non per Callari, non per un museo soltanto, ma per l’idea stessa che la memoria, quando è viva, merita una casa. E che Palermo, se vuole dirsi davvero capitale culturale, deve dimostrarlo nei fatti, non soltanto nei registri.






