sabato, 15 Agosto, 2026

Tappo a vite per il vino, meno pregiudizi e più inform-azione

La prima volta che, alcuni anni fa, mi sono imbattuta in un vino con tappo a vite la reazione è stata di curiosità. Non ho storto il naso – come capita a molti – ma ho apprezzato la facilità di apertura e chiusura e la compostezza estetica della bottiglia, che anche dopo essere stata stappata restava integra, con il marchio ben visibile. Senza capsule danneggiate o tagliate male e tappi di sughero difficili da reinserire, se la bottiglia si doveva conservare.

Però, nonostante la mia apertura, la percezione era d’immediatezza; di aver di fronte un vino da bere giovane. Nel tempo, la mia opinione è cambiata: ho assaggiato vini dal noto potenziale d’invecchiamento – da vitigni come il Pinot Nero e il Riesling – sigillati con tappo a vite che registravano ottime prestazioni.

Mi son detta: “Wow, c’è una chiusura che semplifica la vita, più sostenibile e performante. Perché in Italia è ancora così raro vederla sugli scaffali delle enoteche? E se la si trova, perché è quasi sempre associata a vini economici e con una shelf life limitata?”.

Le domande sono rimaste sospese, fino a quando quest’anno – al 55° Vinitaly – ho potuto rincuorarmi e scoprire che, oggi, nel mondo quasi 4 bottiglie su 10 hanno il tappo a vite: trend decisamente in crescita. Vedremo a breve come questa tipologia di chiusura non sia di appannaggio esclusivo del Nuovo Mondo, nonostante in paesi come Australia e Nuova Zelanda oltre il 70% dei vini siano chiusi con tappo a vite.

Complici alcuni sorprendenti assaggi (di diverse annate) al Vinitaly – come il Monte Grande Soave Classico Doc di Graziano Prà e il Solosole Vermentino Bolgheri Doc di Poggio al Tesoro – ho deciso di approfondire l’argomento e dare evidenza ai tanti scettici, o semplicemente non informatissimi, sulle potenzialità del tappo a vite.

Partiamo da “chi è” il tappo a vite.

Tappo a vite, screw cap o Stelvin (dal nome del pioniere e produttore più importante) è una chiusura di alluminio con una filettatura a vite che avvolge la parte finale del collo della bottiglia. All’interno è presente un fondello di resina con una piccola quantità di azoto, un gas nobile inerme che contribuisce a proteggere e conservare il vino: preserva le caratteristiche organolettiche, lo protegge da umidità e agenti esterni, e anche da sbalzi di pressione e temperatura.

Nasce verso la seconda metà del XX secolo – indovinate dove – in Europa!
A differenza di ciò che si potrebbe pensare, NON sono i paesi con una storia e tradizione del vino meno radicata, e oggi i principali utilizzatori, come Australia e Nuova Zelanda, ad essere stati i suoi creatori.

Sono stati, invece, i francesi e gli svizzeri i primi ad utilizzare i tappi a vite, non appena creati tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Il produttore che ha fatto la storia di questa chiusura in alluminio è il francese Stelvin, che nel 1964 ha sviluppato il prodotto e nel 1976 ha registrato il marchio. Un vero è proprio caso di marchionimo, in cui il nome commerciale è diventato parola d’uso comune – almeno per il settore – per indicare il prodotto.

Chi sceglie lo screw cap, e perché? Un po’ di dati

Wine Intelligence ci fornisce una fotografia sui principali paesi utilizzatori del tappo a vite, o in questo caso è più appropriato chiamarlo screw cap. Secondo il rapporto Closures Trends in Australia e Regno Unito è quasi la regola è non l’eccezione: Il 55% degli australiani intervistati ha dichiarato preferire acquistare vino in bottiglie chiuse con tappo a vite, mentre il 38% preferisce il sughero naturale. Tra gli inglesi la percentuale di apprezzamento è la stessa; diversamente i consumatori americani hanno una netta preferenza per il sughero naturale: 64% contro il solo 28% per il tappo a vite. Negli ultimi sette anni lo screw cap è diventato sempre più popolare: in tutti e tre i paesi è la chiusura di riferimento per i vini premium, con una maggior propensione al sughero per gli americani.

Tornando in Europa Occidentale, secondo le indagini di Stelvin e Guala Closures (entrambi tra i produttori principali e punti di riferimento per gli enologi), siamo passati da 29% nel 2015 al 34% nel 2021 di bottiglie di vino con tappo a vite. Stiamo parlando di 6,9 miliardi di bottiglie con tappi a vite nel 2021, su un mercato mondiale di oltre 30 miliardi di chiusure per il vino, fermo e frizzante.

Facendo una semplice ricerca sulle principali enoteche online, si evince che in Italia c’è ancora un’esigua quantità di vini con tappo a vite. Su Tannico, su quasi ottomila referenze, sono poco più di 100 i vini con tappo a vite, di cui poco meno della metà italiani. Su Callmewine che propone oltre diecimila referenze, sono ancora meno i vini proposti con tappo a vite, o almeno così risulta con la chiave di ricerca “tappo a vite” o “stelvin”. È Vinatis, specializzato in vini francesi e stranieri, l’unico a prevedere tra i filtri di ricerca, la categoria “tappo a vite”: qui sono presenti quasi 200 vini su circa cinquemila referenze.

Andiamo alla ciccia: le caratteristiche tecniche da sapere

Il tappo a vite ha molti pregi rispetto al “capo branco” tappo di sughero naturale, legati, soprattutto, all’integrità del vino.

Mai più sentore di tappo, rischio che di certo non esiste con il tappo a vite. Qualcuno potrebbe obiettare che, oggi, grazie agli sviluppi tecnologici capita sempre più di rado trovare vini con difetti causati dal tappo di sughero. Sì, è vero però capita ancora. A questo si aggiunge, grazie all’ermeticità della chiusura, un rallentamento del deterioramento del vino e della sua ossidazione.

Anche qui mi aspetto un’obiezione: ma il vino ha bisogno di un micro passaggio di ossigeno per evolvere, quindi il tappo di sughero è insostituibile!

In realtà, non è tutto bianco o nero. In primis, oggi grazie alle innovazioni di prodotto non solo esistono tappi a vite che consentono una micro-ossigenazione del vino, ma ne esistono tipologie in cui è possibile scegliere la quantità di ossigeno da lasciar permeare. Questo è importante, ad esempio, per quei vini che hanno bisogno di continuare l’affinamento in bottiglia per diventare grandi vini.

Inoltre, non dimentichiamo che il vino evolve anche in mancanza di ossigeno: cambia anche grazie a fenomeni ossido-riduttivi. Mentre l’ossidazione è più evidente, anche in poco tempo, ed è anche irreversibile, l’ossidoriduzione è molto lenta, ha effetti sul vino molto più lievi e, soprattutto, è reversibile.

Dunque, il tappo a vite impedendo il passaggio d’aria – o consentendolo in modo controllato a seconda del vino e delle scelte del produttore – aumenterà la capacità del vino di invecchiare, e quindi ne allungherà la vita.

I vini con tappo a vite, una volta stappati e versati nel calice, saranno, con altissima probabilità, come l’enologo li aveva fatti e pensati. Dando così maggiori garanzie di integrità al consumatore e anche al produttore che troverà rispettato lo stile del suo vino. Grazie alle sue caratteristiche questa tipologia di tappo permette, infatti, di ottenere consistenza tra una bottiglia e l’altra: un’omogeneità qualitativa anche nel caso di vecchie annate, oltre ad una corretta evoluzione.

Ci sono due ulteriori caratteristiche da prendere in considerazione. La modernità e il design del tappo a vite, che possono attirare un consumatore più giovane, e la sostenibilità della chiusura, che essendo fatta di alluminio consente di essere riciclata all’infinito.

A tutto questo, aggiungo il costo inferiore: un tappo a vite, anche con le varie personalizzazioni, costa meno di un buon tappo in sughero naturale. Aspetto rilevante sia lato produttore che consumatore.

Case study e vini da assaggiare per farsi persuasi

Per fortuna stiamo andando oltre i pregiudizi e alla dicotomia che associa il tappo di sughero al vino di qualità, e quello a vite a un vino di scarso livello.

E dobbiamo dire grazie, come sempre, all’impegno di alcuni produttori perseveranti.

Tra questi ci sono anche quelli un po’ Svitati, come gli piace chiamarsi.

Sono cinque aziende visionarie, unite per raccontare e sostenere la scelta del tappo a vite nel mondo del vino italiano.

Sono gli Svitati: Franz Haas, Graziano Prà, Jermann, Pojer e Sandri e Walter Massa. Cinque eccellenze del vino in Italia che hanno scelto il tappo a vite per raggiungere un obiettivo: il perfetto mantenimento di quelle qualità organolettiche del vino tanto ricercate e valorizzate dal lavoro in vigneto e in cantina.

“Siamo cinque aziende che cercano la precisione fin nei minimi dettagli – commentano all’unisono gli Svitati – scegliamo i vitigni che più ci rappresentano e le uve migliori, in cantina abbiamo tutto quello che ci può aiutare a produrre un vino di un’altissima qualità. Ma soprattutto abbiamo a disposizione il tappo ideale per mantenerla. Ecco perché non possiamo non approfittarne. La precisione che abbiamo sempre ricercato, oggi, è anche un atto dovuto, nei confronti del pubblico e nei confronti del vino”.

Oltre questi produttori, di cui se non lo avete fatto è doveroso assaggiare i vini (sopratutto di annate precedenti alle ultime uscite), caldeggio l’assaggio dei Soave Classico e del Trebbiano dell’azienda Suavia, dei vini valdostani di Les Crêtes, e ancora il Solo Sole Vermentino Bolgheri Doc di Poggio al Tesoro, il Valpolicella Classico di Allegrini e il Riesling Eruzione 1614 di Planeta.   

Riprendendo la domanda che mi ero posta, ossia perché in Italia sia così raro trovare vini con tappo a vite, alla luce di questo approfondimento, penso che la risposta stia prevalentemente in una resistenza culturale più che sostanziale e tecnica.

A voi le considerazioni.

Vi sto dicendo che in futuro, dovreste scegliere il tappo a vite sempre e comunque rispetto al tappo di sughero? Dipende, entrambi hanno caratteristiche diverse e ben precise ed è bene conoscerle per scegliere la soluzione migliore per il proprio vino e la propria visione.

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