Vedendolo scendere dal pick up, hoodie, jeans e barba lunga, lo potresti scambiare per un figlio dell’America rurale, di uno di quegli stati dove la riconta dei voti è andata per lunghe. Invece lui, è un figlio dell’Etna, e più precisamente del Lato Sud, come indica anche il nome dei suoi vini elegantemente umili, come spesso la gente di queste parti.
Sì, Mauro Cutuli è uno di quelli che non se n’è mai andato: è figlio di Zafferana Etnea, la sua famiglia il vino lo ha sempre fatto perché qui il vino si fa da sempre. “Dobbiamo essere a disposizione del territorio, è a questa montagna che dobbiamo tutto”, mi dice aprendo una bottiglia di Lato Sud Bianco, carricante in purezza di rara freschezza, da un’annata, la 2018, che qui è stata per tutti abbastanza difficile.
“Noi siamo a disposizione del territorio e non viceversa, non possiamo farci grandi delle virtù del territorio dove abbiamo la fortuna di vivere e di cui non abbiamo alcun merito. Non possiamo usare la sua aura per risplendere di luce riflessa – continua – Penso che siano i piccoli a fare grande l’Etna mentre più spesso i grandi rischiano di farlo piccolo. I piccoli, infatti, hanno l’umiltà di trasferire nel bicchiere la parte di montagna su cui cresce la loro vigna. Molti invece credono di fare grande l’Etna col loro nome, sotto un unico stile o concetto, come se l’Etna avesse bisogno di qualcosa o qualcuno per essere grande”.
“È come il discorso del Prephylossera – aggiunge – che ormai è diventato un marchio registrato, un brand, una moda, una cosa che poco ha a che fare con le vigne centenarie e con la storia della viticoltura etnea, senza guardare alla tradizione per produrre vini che di territoriale hanno ben poco”. A Mauro non piace usare la parola “terroir”. Sostiene che parlare di Etna come di “Borgogna del Mediterraneo” è un atto di colonialismo culturale. Come se il Sud, per essere grande, avesse sempre bisogno di qualcosa o qualcuno, altrove, con cui mettersi a paragone per trovare una sua identità.
La cosa importante per lui è fare vino a Etna sud come lo faceva suo nonno, amico di Luigi Veronelli. Questo è per Mauro un atto naturale, come i vini. Un atto di fedeltà verso la sua terra, lontano dalle retoriche modaiole dell’eccellenza alimentare, l’ennesima declinazione dell’elitarismo. L’unica eccellenza possibile per Mauro non è figlia del marketing, ma del tempo, del sacrificio e della pazienza, concetti di questi tempi non molto di moda e difficili da comunicare. La vera eccellenza è quella che riesce ad essere capita da tutti, con poche mediazioni, mai elitaria, escludente, per recuperare il valore nutritivo e quotidiano del vino come bevanda, come alimento e come strumento di conforto e benessere.
Per questo Mauro considera una sfida fare vino nella parte sud del vulcano, il lato della montagna più selvaggio, incontaminato, libero, dove si trova una piccola parte dei produttori etnei: 20 su più di 140. “Su questo lato dell’Etna – mi spiega – il vino ha maggiore freschezza e grado alcolico più leggero. I frutti delle vigne tra Zafferana, Trecastangi e Montegorna che sono trasferiti nella bottiglia con meno mediazioni possibili. Quando ho iniziato a fare vino – continua – avrei potuto acquistare anche vigne a Etna Nord ma è dell’altro lato che sono figlio ed è questo versante che devo trasmettere”.
“Non faccio vino per bisogno, faccio vino perché mi piace stare in vigna, perché è un luogo in cui sto bene e mi piace bere vino dell’Etna ovviamente: ecco perché mi definisco un vignaiolo ideologico. Per me fare vino qui, di anno in anno, è una conseguenza delle mie idee e del mio stile di vita. È una cosa che riguarda tutto quello che faccio e il modo di rapportami con il mondo, con l’ambiente che mi circonda e con la sua storia”.
“Ho una vigna dietro la montagna, difficile ma il territorio e la sua magia ripagano sempre di ogni fatica: come la possibilità di innescare epifanie e cortocircuiti culturali positivi, anche quando, come figlio dell’Etna, posso essere in giro per tanti paesi dall’Europa all’America a raccontare il vulcano e la sua magia, cosa che mio nonno non ha potuto fare, ma che senza di lui non sarebbe possibile a me: una sorta di chiusura del cerchio in una storia iniziata molte generazioni fa”.
“Una storia che è quella di un luogo, la mia vigna, che non è solo vigna ma un microcosmo complesso di vita. Per questo ho scelto con mia moglie di non mettere nelle mie etichette nessun riferimento diretto all’Etna, ma riportare gli animali e la fauna che si può incontrare camminando nel mio vigneto: un falco, un porcospino e altri animali tra cui una volpe che – ci dice – è l’assaggiatrice ufficiale delle mie uve, in quanto solo quando lei inizia a mangiare l’uva io, ogni anno, inizio la raccolta”.
“Questo per me è fare vino naturale, raccontare la vigna come un universo complesso e molteplice in cui ancora c’è spazio per un racconto magico e sempre differente“, spiega Mauro. Come vedi i tuoi nel futuro, gli chiedo in chiusura quando ormai il vino è quasi finito e il sole scende, presto, alle nostre spalle: “Spero di fare sempre vini di contrada che parlino di queste terre, spero di innamorarmi di altre vigne in cui trovare altre espressioni uniche di nerello e carricante, che possano emozionare le persone, sempre nel rispetto della diversità del luogo e delle annate senza pensare solo ai numeri, ai fogli excel e alle logiche del mercato”.
Ci salutiamo brindando con il suo “Lato sud” rosso, un Nerello Mascalese in purezza. Brindiamo a tempi migliori più felici e meno distanziati di questi che prima o poi, arriveranno. L’Etna è sopravvissuto a momenti peggiori di questo e ci insegna che tra mille difficoltà che il futuro, prima o poi, arriva sempre.
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