Ode al “Pietragialla 2019” di La Chiusa, un cataratto in purezza dall’anima blues

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Il Belice, che poi non si sa mai bene come pronunciarlo (troppo a sud per interessare, davvero, gli accademici della Crusca) è più famoso per il terremoto del ’68 che non per i grandi bianchi che (nelle mani giuste) riesce a produrre.

Un luogo di confine Montevago, ancora Agrigento ma quasi Palermo, una sorta di “No Man’s Land” tra due province nessuna delle quali è famosa per il cataratto in purezza. Sì, il cataratto, vituperato vitigno autoctono considerato sempre più di rado capace di grandi performance, che perde terreno sui mercati esteri a favore del più ruffiano grillo o del più charming carricante, imbastardito in blend che poco hanno a che fare con la sua storia o spumantizzato in versioni metodo classico o charmat, la cui urgenza è quasi sempre solo economica e di rado espressiva.

In questo mondo (quasi) post Covid, in cui gli umani guardano alla docile banalità degli “spritz” come il “comfort drink” per eccellenza della post pandemia, ci sono ancora persone, come Stefano Ientile, che credono in cose arcaiche, per alcuni datate. Come un cataratto in purezza ben fatto, come un grande bianco naturale da uve autoctone sicule che non guarda a niente a nulla se non il luogo da cui viene e la storia che porta avanti.

Ed ecco il “Pietragialla” di La Chiusa. Un grande vino perché non cerca di compiacere con inutili, stucchevolezze olfattive o modaiole tensioni palatali figlie de l’espirit du temps. Colore intenso nel bicchiere, lontano dalle paglierino-anemie figlie di filtrazioni accanite e criomacerazioni che vanno di moda.

Sulfureo e peccatore al naso come certi blues eretici. Un vino che sarebbe adatto, come olfattiva, per brindare col diavolo prima di vendergli l’anima agli incroci di certe statali in mezzo al nulla come Roberto Johnson. A proposito hanno messo un documentario su Netflix che parla di lui.

Diabolico e pirandelliano al contempo nelle note nasali di zolfo. Esce dalla noia olfattiva dei tristi elenchi di frutti estivi a polpa bianca che, ormai, hanno stancato a leggerli più della vuvuzela. Un grande vino perché appaga dissetando e perché dissetando appaga, un po’ come l’amore ai tempi delle scuole.

Che già fare un Cataratto che non assomiglia a nessun altro è un impresa. Farlo così, beh, scollina nel quasi miracoloso. Un vino dove minerale non è il solito aggettivo da sfoggiare alle cene a casa di gente che conoscete poco, come resiliente o emancipato. Un vino dove la persistenza non è quella delle degustazioni tecniche senza soul, ma quella delle notti d’estate quando ci pensi d’inverno.

Chi non lo ha bevuto e pensa di conoscere il cataratto si sbaglia. Chi non lo ha bevuto si è perso molto. Ma è andato in bottiglia da poco e bottiglie ancora se ne trovano. O almeno o lo spero, per voi che mi leggete, vivamente.  Da bere con un blues siciliano, minerale vero e non filtrato: lui è Cesare Basile, il pezzo si chiama “E sugnu Talianu”. Cheers.

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