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Le Rouvre 2017 di Yann Chave, da Crozes Hermitage un Syrah che abbraccia e consola
28 Dic 2020 08:00

Non va di moda amare il Syrah, almeno tra chi dice di intendersene di vino. È troppo poco elitario dicono, piace anche alle donne, dicono. Se si deve proprio berlo il Syrah, meglio bottiglie che costano tanto o tantissimo. “Appellation” da plutocrati non ne mancano nella Valle del Rodano.

Se avete imparato a conoscermi lo sapete che ho un debole per gli underdogs, per i sommersi, per sottovalutati, per le “appellation” più sfigate, nerd, indie. Perché poi se ci sono troppi cash di mezzo si perde spesso la magia, si diventa meno sperimentali, aumenta la paura di sbagliare, sopraggiunge quasi sempre la noia.

Spesso è nelle zone fuori mano, dove la terra costa meno e sei fuori dalla mappa della coolness, che avvengono le cose più belle. Come a Crozes Hermitage, nella parte più “sfigata” della valle del Rodano, almeno in teoria. Sì, non fa figo citarla alla cene: la Crozes Hermitage non è una di quelle parole magiche che convincerà una sconosciuta a seguirti a casa dopo una cena clandestina a casa di amici. La Borgogna funziona molto di più, però se avete Le Rouvre 2017, mettete un blues sul giradischi: la vita, anche di questi tempi, vi sorriderà.

Il Syrah della Crozes Hermitage

Forse sì ci eravamo stancati del Syrah perché tendeva troppo alla dolcezza e più che di abbracci, nel mondo prima, avevamo voglia di brividi. Ora però che gli abbracci non ci sono concessi più e che i brividi, in questo inverno contagioso, sono una delle poche emozioni rimaste, ci torna voglia di un vino che un poco ci abbraccia, ci coccola, ci consola.

Già al naso, di viole che sfioriscono come in quel pezzo di Rino Gaetano e rose viola come Ghemon. Senti già il legno, ma è solo un sentore, non schiaccia, non copre, tiene il tempo. Morbidamente fresco lo definirei anche se un po’ ossimorica come espressione: ma cosa, in questi tempi strani, non lo è?

In bocca, si allarga, vibra, fa star bene, chiude di frutto, dolcemente, un filo nostalgico, col tannino ancora vivo, ma decadente. Da abbinare, con uno dei pezzi più belli, del disco più bello dell’anno anche se è uscito a metà dicembre, capolavoro in “zona Cesarini”: Interstellar Love (bel titolo no?) degli Avalanches. La stessa dolce, fresca malinconia di questo rosso da inverno che finirà.


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