Tortino al cioccolato
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Rivista Cook Magazine - Anno 2 - Numero 2

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Autore

Stefano Bagnacani

Esplorazione

Molte storie di vino, quello naturale in special modo, parlano di persone che dopo anni di lavoro nell’informatica o nella finanza, scelgono di fare vino. Ma a volte succede anche il contrario. Dalle terre del Dolcetto, tra Alessandria ed Asti, ad Aqui Terme per essere precisi, nasce nel 2013 l’azienda “Broken Arms Games” che ha sviluppato il primo videogioco al mondo sul vino. 

Ve lo ricordate il 2011? Esordiva una cantante abbastanza interessante, destinata a vendere qualche disco: Adele. E mentre “Someone like you” passava in radio e la primavera araba colorava i cieli del Sud, a Sennori imbottigliavano il Chimbanta di Dettori. Un vino da un’uva che si conosce poco, se non frequenti l’isola, con questo insolito nome di donna “Monica“. Come una cantante R’N’B.

E se il Perricone fosse il vino più buono che vi siete sempre dimenticati di bere? Eterno outsider della vigna siciliana, perennemente in panchina quando andavano i vini potenti, gli preferivano il Nero d’Avola. Ora che vanno vini rossi leggeri, anzi leggerissimi, si va di Nerello. E lui sempre là, che aspetta il suo momento beckettiano che sembra non giungere mai.

Forse perché il Perricone con quella sua anima terrosa e contadina ci ricorda quello che siamo stati e che facciamo finta di non essere. Ci ricorda, ad ogni sorso, che veniamo dalla terra, sempre. Non vuole sedurre, mai, il Perricone, e in questo è decisamente poco contemporaneo: allergico all’hype, troppo antico per essere la nuova “cool thing” per i wine-nerd neofiti. E troppo indie per stare nelle guide e nei “best of” di fine anno.

Non vuole sedurre ma solo piacere per come è. E forse, in questo mondo post-(il suffisso mettetelo voi), è forse il vino di cui abbiamo bisogno. Impermeabile alla normalità diceva un cantautore, reticente alle mode, è solo se ben fatto un vino vero, che di vigna, fatica e di, agreste, poesia.

Il P 19 di Criante, un Perricone dall’anima campestre

Il P 19 di Criante è uno di quei vini che ti fa ricordare perché era bello nel mondo prima fare il mestiere che facevo: scoprire bottiglie emozionanti e farle bere a estranei di tutto il mondo, che si fidavano di me, sei sere a settimana.

Un rosso che berrei quasi su tutto, ma anche senza niente. Uno di quei vini da bere con una persona a cui piaci per come sei e non per come vorresti sembrare. Un rosso, terreno, ma non per questo poco mentale. Una visiva intensa che sa di mistero, un’olfattiva criptica boschiva e balsamica. Poi al palato, campestri eleganze e leggiadre intensità: in poche parole, il vino c’è e tanto.

Un vino di chiaroscuri e di scosse elettriche,  ASMR da venti a sud est e altre cose belle. A me è venuta in mente una canzone che si chiama Crush, lei è Ethel Cain. È una canzone rarefatta, campestre, bellissima, come una bottiglia di P 19 di Criante.

Vedendolo scendere dal pick up, hoodie, jeans e barba lunga, lo potresti scambiare per un figlio dell’America rurale, di uno di quegli stati dove la riconta dei voti è andata per lunghe. Invece lui, è un figlio dell’Etna, e più precisamente del Lato Sud, come indica anche il nome dei suoi vini elegantemente umili, come spesso la gente di queste parti.

Sì, Mauro Cutuli è uno di quelli che non se n’è mai andato: è figlio di Zafferana Etnea, la sua famiglia il vino lo ha sempre fatto perché qui il vino si fa da sempre. “Dobbiamo essere a disposizione del territorio, è a questa montagna che dobbiamo tutto”, mi dice aprendo una bottiglia di Lato Sud Bianco, carricante in purezza di rara freschezza, da un’annata, la 2018, che qui è stata per tutti abbastanza difficile.

“Noi siamo a disposizione del territorio e non viceversa, non possiamo farci grandi delle virtù del territorio dove abbiamo la fortuna di vivere e di cui non abbiamo alcun merito. Non possiamo usare la sua aura per risplendere di luce riflessa – continua – Penso che siano i piccoli a fare grande l’Etna mentre più spesso i grandi rischiano di farlo piccolo. I piccoli, infatti, hanno l’umiltà di trasferire nel bicchiere la parte di montagna su cui cresce la loro vigna. Molti invece credono di fare grande l’Etna col loro nome, sotto un unico stile o concetto, come se l’Etna avesse bisogno di qualcosa o qualcuno per essere grande”.

L’Etna “per pochi” di Mauro Cutuli

“È come il discorso del Prephylossera – aggiunge – che ormai è diventato un marchio registrato, un brand, una moda, una cosa che poco ha a che fare con le vigne centenarie e con la storia della viticoltura etnea, senza guardare alla tradizione per produrre vini che di territoriale hanno ben poco”. A Mauro non piace usare la parola “terroir”. Sostiene che parlare di Etna come di “Borgogna del Mediterraneo” è un atto di colonialismo culturale. Come se il Sud, per essere grande, avesse sempre bisogno di qualcosa o qualcuno, altrove, con cui mettersi a paragone per trovare una sua identità.

La cosa importante per lui è fare vino a Etna sud come lo faceva suo nonno, amico di Luigi Veronelli. Questo è per Mauro un atto naturale, come i vini. Un atto di fedeltà verso la sua terra, lontano dalle retoriche modaiole dell’eccellenza alimentare, l’ennesima declinazione dell’elitarismo. L’unica eccellenza possibile per Mauro non è figlia del marketing, ma del tempo, del sacrificio e della pazienza, concetti di questi tempi non molto di moda e difficili da comunicare. La vera eccellenza è quella che riesce ad essere capita da tutti, con poche mediazioni, mai elitaria, escludente, per recuperare il valore nutritivo e quotidiano del vino come bevanda, come alimento e come strumento di conforto e benessere.

Per questo Mauro considera una sfida fare vino nella parte sud del vulcano, il lato della montagna più selvaggio, incontaminato, libero, dove si trova una piccola parte dei produttori etnei: 20 su più di 140. “Su questo lato dell’Etna – mi spiega – il vino ha maggiore freschezza e grado alcolico più leggero. I frutti delle vigne tra Zafferana, Trecastangi e Montegorna che sono trasferiti nella bottiglia con meno mediazioni possibili. Quando ho iniziato a fare vino – continua – avrei potuto acquistare anche vigne a Etna Nord ma è dell’altro lato che sono figlio ed è questo versante che devo trasmettere”.

Un vignaiolo “ideologico” sul vulcano

“Non faccio vino per bisogno, faccio vino perché mi piace stare in vigna, perché è un luogo in cui sto bene e mi piace bere vino dell’Etna ovviamente: ecco perché mi definisco un vignaiolo ideologico. Per me fare vino qui, di anno in anno, è una conseguenza delle mie idee e del mio stile di vita. È una cosa che riguarda tutto quello che faccio e il modo di rapportami con il mondo, con l’ambiente che mi circonda e con la sua storia”.

Mauro Cutuli

Ho una vigna dietro la montagna, difficile ma il territorio e la sua magia ripagano sempre di ogni fatica: come la possibilità di innescare epifanie e cortocircuiti culturali positivi, anche quando, come figlio dell’Etna, posso essere in giro per tanti paesi dall’Europa all’America a raccontare il vulcano e la sua magia, cosa che mio nonno non ha potuto fare, ma che senza di lui non sarebbe possibile a me: una sorta di chiusura del cerchio in una storia iniziata molte generazioni fa”.

“Una storia che è quella di un luogo, la mia vigna, che non è solo vigna ma un microcosmo complesso di vita. Per questo ho scelto con mia moglie di non mettere nelle mie etichette nessun riferimento diretto all’Etna, ma riportare gli animali e la fauna che si può incontrare camminando nel mio vigneto: un falco, un porcospino e altri animali tra cui una volpe che – ci dice – è l’assaggiatrice ufficiale delle mie uve, in quanto solo quando lei inizia a mangiare l’uva io, ogni anno, inizio la raccolta”.

Vini naturali e vini di contrada

“Questo per me è fare vino naturale, raccontare la vigna come un universo complesso e molteplice in cui ancora c’è spazio per un racconto magico e sempre differente“, spiega Mauro. Come vedi i tuoi nel futuro, gli chiedo in chiusura quando ormai il vino è quasi finito e il sole scende, presto, alle nostre spalle: “Spero di fare sempre vini di contrada che parlino di queste terre, spero di innamorarmi di altre vigne in cui trovare altre espressioni uniche di nerello e carricante, che possano emozionare le persone, sempre nel rispetto della diversità del luogo e delle annate senza pensare solo ai numeri, ai fogli excel e alle logiche del mercato”.

Ci salutiamo brindando con il suo “Lato sud” rosso, un Nerello Mascalese in purezza. Brindiamo a tempi migliori più felici e meno distanziati di questi che prima o poi, arriveranno. L’Etna è sopravvissuto a momenti peggiori di questo e ci insegna che tra mille difficoltà che il futuro, prima o poi, arriva sempre.