Tortino al cioccolato
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Rivista Cook Magazine - Anno 2 - Numero 2

Rivista Cook Magazine - Anno 2 - Numero 2

Rivista Cook Magazine - Anno 2 - Numero 2
Autore

Stefano Bagnacani

Esplorazione

Quando si parla dei vini di Frank Cornelissen si finisce sempre col discutere più di lui che dei suoi vini. Ci si concentra spesso più su quanto costano che su quanto realmente valgono. Un po’ come se le emozioni avessero un prezzo. Sull’Etna, ma forse nel vino (naturale?) in generale, c’è un prima e dopo Cornelissen: i suoi vini e la sua storia hanno ispirato e ispirano tanti nuovi wine makers, wine lovers, wine tutto.

Lo champagne nell’era di Instagram è più un gadget strappa like, un vino che più che generare emozioni genera engagment. Insomma, non è più un vino per emozionarsi ma per farsi fotografare mentre lo si beve.  Lo champagne oggi è uno status symbol liquido, ma forse lo è sempre stato fin da quando esiste: prima dei social, prima di Balenciaga, di Margela e dei Macbook.

Non amo i rosati, mi sono sempre sembrati vini per indecisi, ignavi. Vini, direbbe qualcuno, da maggioranza silenziosa.  In Sicilia poi, spesso vengono male. Troppo provenzali quelli da Mascalese, ma appunto senza il fascino della Provenza, troppo intensi, scuri e rossi, gli altri. Insomma, un bel casino.

Poi stappi bottiglie per caso, come spesso accade facendo il mio strano lavoro e beh… capita che ti emozioni. Certo la vita non ti cambia, ma in un’Italia in cui le radio sono dominate da “Blanco”, l’emozione è una cosa rara come il sole su Bergen.

Lo Chenin Blanc forse è l’unica cosa che ci salverà: dagli incendi, dai lutti, dalle epidemie, dal populismo e dalla trap. Non necessariamente in quest’ordine. Sì, perché forse lo Chenin Blanc non cerca di assomigliare a nessuno e piace a quelli che ne capiscono la poesia. Per gli altri… beh, continuerà a non esistere, come Theolonius Monk, Gabriele Galloni e la Arlo Parks

Perché bere Chenin Blanc è essere europei ma guardare all’oceano, perché la Loira, in questa terra febbricitante, è più uno state of mind che un terroir. Il Savenniéres Roche Aux Moines 2013 presenta una visiva dorata, alla Jackobs per capirci. Siamo nel 2013 e molti ghiacciai e governi tecnici fa, Avicii era ancora vivo e un pezzo che si chiama Thrift Shop era ovunque (ora tutti ovviamente negano di averlo ascoltato, chiaro). Era un mondo diverso (non necessariamente migliore), ma perlomeno più fresco di qualche grado.

Una visiva dorata che però non sa di “nouveau riche” ma che richiama a pienezza, maturità, nuove consapevolezze. Al naso si conferma pieno senza mostrare segni di stanchezza, classico ma futurista, tra fiori bianchi, agrumi, miele e mediterraneo. La potenza al sorso è quelle dei biondimanici ben fatti, la freschezza è quella della Loira migliore. Può guardare al futuro con grande ottimismo, mentre la fresca opulenza del presente fa presagire a una maturità eterna e bellissima stile Juliette Binoche per intenderci.

Un vino per amare meditando e per meditare sull’amore. O forse da bere e basta, davanti a tramonto in levare, lontano dalle spiagge e vicino a un giradischi dove suona Too Good, di Arlo Parks, che sembra già dal titolo parlare di questo vino.

Il grecanico non va di moda, forse non è mai stato di moda. Un po’ come la verità e Sonny Clark. Eppure c’è un ragazzo col cognome strano che ha scelto di farci il suo vino d’esordio. Sarebbe stato più semplice farlo con altre uve, altri modi, altro stile, ma forse (anzi, di sicuro) sarebbe stato meno bello.

Visiva dorata, quasi regale questo Grecanico di Oscar Bissinger. Un naso che vira su note boschive teen, erbacee, sussulti di mareggiata. In bocca? Beh, siamo in paradiso. Io questi bianchi li chiamo vini demografici, perché faranno nascere tanti bambini. Sono vini contro l’estinzione, ti creano al palato un desiderio. Lunghissimo, sapido, fresco, un vino per tornare a sognare, desiderare, vivere. Un bianco di ripartenza e per ripartire con dentro tutto l’ottimismo del futuro che verrà.

Oscar-Bissinger

Lirico ma senza essere mai narcisista, di corpo ma senza rinunciare mai ad agilità, freschezza ed ottimismo. Un bianco che mancava, che non si può paragonare a nulla. È il vino da post-pandemia che tutti dovrebbero bere togliendosi le mascherine, ricominciando di nuovo a baciarsi. Lo abbino con un pezzo che si chiama “Move“: lirico ottimista con un velo di malinconia nel finale. Come la vita, come Aaron Parks.

Mi telefonano tutti, di continuo. Sono amici, ex amici, ex colleghi ed ex fidanzate che mi chiedono se conosco qualcuno per la sala, per i vini o per la cucina. La mia risposta è sempre la stessa: non c’è nessuno. Mai come in questa estate post pandemica, infatti, tanta gente ha voglia di tornare al ristorante, ma nessuno vuole più lavorarci dentro o almeno non alle condizioni a cui, nel bene, ma sopratutto nel male, eravamo abituati.

E se il sud non fosse solo un nord venuto male, un nord che non ce l’ha fatta, ma un luogo in cui potere disporre della cosa più rara al mondo: la libertà? Se cominciassimo a pensare che più del “south working“, un’invenzione buona solo per il clickbait (chi se ne ricorderà più tra un paio di mesi?) avremmo bisogno di far tornare la nostra gente a fare grandi cose e non cercare di rendere le nostre città sfondi per le storie Instagram?

Molte storie di vino, quello naturale in special modo, parlano di persone che dopo anni di lavoro nell’informatica o nella finanza, scelgono di fare vino. Ma a volte succede anche il contrario. Dalle terre del Dolcetto, tra Alessandria ed Asti, ad Aqui Terme per essere precisi, nasce nel 2013 l’azienda “Broken Arms Games” che ha sviluppato il primo videogioco al mondo sul vino. 

Ve lo ricordate il 2011? Esordiva una cantante abbastanza interessante, destinata a vendere qualche disco: Adele. E mentre “Someone like you” passava in radio e la primavera araba colorava i cieli del Sud, a Sennori imbottigliavano il Chimbanta di Dettori. Un vino da un’uva che si conosce poco, se non frequenti l’isola, con questo insolito nome di donna “Monica“. Come una cantante R’N’B.