Partiamo da un assunto, Seaspiracy, il nuovo documentario Netflix, dovrebbero vederlo tutti, grandi e piccini. Sì in special modo i piccini, ovviamente non da soli, perché loro, forse solo loro, potranno salvarlo questo pianeta terra.
Parla di mare questo documentario, di mare e di oceani di vita insomma, perché è da là che la vita viene. Compresa la nostra. Il regista ci accompagna in giro per il mondo a seguire la pesca industriale, dalle baleniere del Giappone agli allevamenti di salmoni in Scozia, passando per il fiorente business delle pinne di squalo in Thailandia, interrogando esperti, attivisti e organizzazioni ecologiste sul concetto di sostenibilità.
Mai come in questo documentario, pare chiara senza bisogno di dizionari sociologici la definizione di “capitalismo estrattivo” ovvero di una pratica economica che in nome del profitto non si cura della sostenibilità nel lungo periodo delle sue pratiche, sugli umani e sull’ambiente.
Mangiare pesce, a questo ritmo, e in queste quantità non è sostenibile. Anche gli enti che certificano la sostenibilità del pesce che arriva sugli scaffali dei supermercati sono spesso corrotti e o finanziati dagli stessi players che armano grosse navi da pesca industriale che stanno svuotando i mari delle Filippine e dell’Africa, distruggendo intere comunità rurali che hanno sempre vissuto di pesca.
La tesi articolata da questo prezioso documentario è semplice: dobbiamo tutti mangiare meno pesce e chiederci sempre da dove viene e da chi e dove viene pescato, perchè una volta che dovessero morire i mari moriremo anche noi.
Dietro ogni busta di salmone norvegese (o scozzese) che, ricordiamo, è colorato artificialmente (la sua carne sarebbe grigia e sterile viste le condizioni in cui questo pesce, una volta nomade, è costretto a vivere), si nasconde un tratto di mare divenuto sterile e chili di pesce azzurro utilizzato per creare mangimi industriali per nutrire gli animali in cattività.
La pesca industriale sta distruggendo il pianeta, e noi contribuiamo a tenerla viva ogni volta che compriamo del pesce senza sapere la storia e l’origine. Spesso ci fidiamo troppo dei bollini e delle certificazioni che sono molte volte solo foglie di fico per farci sentire meglio, meno colpevoli, meno cattivi, e non vogliamo in realtà curarci tanto del sangue, umano e non, che sta alla base del sistema della pesca industriale. Un sistema che permette di avere così tanto pesce (in confezioni di plastica) nei frigoriferi delle nostre case.
Buona visione.
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