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Chef

Chef, mamma, ambasciatrice del Gusto: Cristina Bowerman si racconta.

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Creatività, sensibilità, carisma grande personalità. La chef stellata Cristina Bowerman, Presidente degli Ambasciatori del Gusto, incarna certamente queste e tante altre doti che l’hanno portata a raggiungere importanti traguardi e affermarsi in un mondo sbilanciato verso la rappresentanza maschile. Mentre imperversa il dibattito sulla differenza di genere ai fornelli e sulle difficoltà di gestire un lavoro impegnativo, la Bowerman, donna, mamma, chef impegnata nel sociale, rappresenta un esempio per tante ragazze che inseguono il sogno di entrare in questo mondo.

Nata a Cerignola, in provincia di Foggia, Cristina Bowerman – conosciuta come la chef controcorrente – dopo la laurea in giurisprudenza, lascia l’Italia per andare a vivere negli Stati Uniti, qui matura la sua passione per la cucina e sviluppa disciplina e tecnica. Dopo importanti esperienze all’estero, fa rientro in Italia, passa dalle cucine del Convivio dei fratelli Troiani, quindi inizia la sua avventura da Glass Hostaria a Roma nel quartiere Trastevere. Qui si fa apprezzare per la sua cucina ricca di contaminazioni che mette insieme locale e globale, contemporaneità e tradizione. Nel 2010, la Guida Michelin la premia con la prima stella. I pilastri su cui poggia la sua filosofia di vita e di cucina sono organizzazione e rispetto per le persone. “Io non voglio che le persone lavorino per me ma con me” – afferma Cristina Bowerman. “Sono molto legata a loro. Il turn over è molto basso. Riccardo Nocera lavora con me da quasi 13 anni, il mio sous chef Edoardo Fortunato da 8 anni”.

“Da Cerignola a San Francisco e ritorno – La mia vita da chef controcorrente” è il titolo del suo primo libro pubblicato nel 2014. Siamo partiti da lì per conoscerla meglio.

Cristina, “Chef controcorrente” perché?

“Sono una di quelle persone che non segue molto le mode. Mi piace creare una mia idea di cucina che si sviluppa in modo diverso a seconda del periodo della mia vita”.

Quali sono le caratteristiche della tua cucina?

“Ho sempre detto che il mio cibo è contaminato (nell’accezione positiva del termine) dalle culture, dai viaggi, dal fatto che ho vissuto all’estero per tanti anni. Sono una persona molto aperta al mondo ma mi piace restare italiana quando devo. Nell’ambito di un menù, per esempio, tendo a far restare la pasta molto italiana. È l’ingrediente che ci contraddistingue nel mondo e nessuno tratta come noi la pasta secca, con dovizia di particolari”.

“Inventare e non copiare”, lo hai detto in una recente intervista. Quanto è importante la creatività nel tuo lavoro?

“Le fonti di ispirazione nel nostro lavoro ci devono essere sempre, però una cosa è ispirarsi, un’altra è copiare. L’importante è sviluppare un proprio stile e rimanere su un profilo di stile italiano, anche se in forme talvolta estreme che non sono riconosciute dalla tradizione ma che sono riconoscibili come italiane. Non mi piace quando i ristoranti italiani cucinano con un’impronta nordica. La cucina italiana si caratterizza per la rotondità dei sapori, l’ampiezza del boccone e la capacità di soddisfare i consumatori, quella nordica è più spartana e meno rotonda, quella asiatica è spigolosa. Mi piace utilizzare tecniche e ingredienti anche non italiani mantenendo un profilo italiano”.

Dal 2016 sei Presidente dell’Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto. Riconfermata per il secondo mandato, quali sono i progetti che state portando avanti?

Si avvicina la data della nostra Assemblea Nazionale che si terrà il 30 settembre a Napoli. I progetti su cui stiamo lavorando ormai da tempo sono tanti. Il progetto che ha avuto più risonanza tra quelli portati avanti dagli Ambasciatori del Gusto è Fare Formazione. Abbiamo firmato una convenzione nazionale con la rete nazionale degli istituti alberghieri, abbiamo offerto la nostra competenza sia a livello di educazione che di insegnamento per gli studenti e offerto corsi di aggiornamento per gli insegnanti.

Abbiano firmato una convenzione con l’Ordine degli Psicologi e siamo in procinto di aiutarli a elaborare un documento scientifico sui fattori di stress nel mondo della ristorazione, che è molto interessante anche per i recenti sviluppi che ci sono stati”. 

Tra gli altri progetti nel campo dell’educazione, stiamo lavorando ad un programma per lo sviluppo di un corso universitario per lo chef imprenditore. Questo progetto abbraccia la filosofia dell’Associazione che vuole rappresentare il mondo della ristorazione, non solo degli chef.

Come si riconosce il talento?

“Di talenti ce ne sono pochi e nascono una volta ogni morte di papa. Per me una persona di talento deve essere abile a fare, poi ci sono componenti che non possono mancare come la cultura, la caparbietà, l’umiltà. Bisogna studiare e rimanere concentrati tantissime ore, da mattina a sera, soprattutto a certi livelli.

Come si concilia il lavoro di mamma, moglie, chef?

“Si fa. Non vedo l’ora di rivedere mio figlio”.

CREDITS: Foto Brunella Bonoccorsi

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